Bernardo Caprotti è
l'imprenditore che ha portato all'eccellenza i
supermercati in Italia. Ne ha fatto un caso di rinomanza
internazionale, nel settore. A 81 anni ha deciso di
rompere il suo riserbo (niente interviste, niente
fotografie, poche apparizioni pubbliche, tanto lavoro) e
in questo libro-denuncia racconta ciò che ha dovuto
subire per mano delle Coop. Dai primi contatti con il
gigante "rosso" della grande distribuzione fino alle
polemiche degli ultimi mesi, il fondatore di Esselunga
ricostruisce un confronto pluridecennale scambiato fino
a poco tempo fa per normale concorrenza. Invece,
mettendo insieme con meticolosità le tessere del
mosaico, a Capretti è apparso un disegno preciso: far
sparire la sua azienda dal mercato. In questo j'accuse
l'imprenditore documenta, prove alla mano, una serie
di vicende che di primo acchito sembrano tentativi
imprenditoriali andati a vuoto, nella realtà si rivelano
parte di un censurabile piano strategico altrui. Giacché
Esselunga non può essere la sola vittima del "sistema".
Dalla rigorosa esposizione dei fatti appare di tutta
evidenza
che molte iniziative di
Esselunga sono state affossate dalla Legacoop, il
gigante economico agli ordini del PCI-PDS-DS, con
l'indispensabile appoggio delle amministrazioni locali
di sinistra.
Reperti etruschi usati come
grimaldello, licenze lasciate scadere (ma prontamente
girate alle Coop), terreni pagati sei volte il valore di
mercato, condizionamenti di sindaci e assessori, persine
uno scippo ai danni di una signora sopravvissuta al
campo di sterminio di Auschwitz per realizzare una
Ipercoop gigantesca in una città "proibita"
all'Esselunga. Tutto è servito per bloccare l'espansione
dell'imprenditore lombardo, che chiede soltanto di
"servire", di poter fare il mestiere imparato da Nelson
Rockefeller, di cui fu socio all'inizio dell'attività.
Operazioni che avevano richiesto anni di preparazione e
ingenti investimenti
gli sono state sottratte dalla
"concorrenza" nel giro di poche ore. Fino a giungere
alle pressioni di Romano Prodi su Caprotti perché la sua
azienda resti «in mani italiane»: cioè sia ceduta alle
Coop. Una soluzione finale che aggiungerebbe la beffa
agli ingenti danni, morali e materiali, già subiti. La
galleria di fatti e personaggi (da Pierluigi Stefanini a
Turiddo Campaini, da Mario Zucchelli a Bruno Cordazzo) è
accompagnata da una documentazione inoppugnabile e
inedita che Caprotti ha ora pazientemente ordinato. «Il
mio braccio destro ripeteva che dietro certi episodi
c'erano le Coop», rievoca Fautore. «A lungo mi sono
rifiutato di credergli. Oggi riconosco che aveva
ragione».
In copertina: Un piccolo
campione
del "prestito sociale" delle
Coop. Circa 12 miliardi
di euro ovvero 24.000 miliardi
di lire.
INDICE
9
PREFAZIONE
di Geminello Alvi
39 Le
mie ragioni
41
Permette? Mi presento
59
Suicidio dì un boom
73
Prime avvisaglie
IL MIO ATTO D'ACCUSA
79
Mario Zucchelli e Coop Estense
95
Pierluigi Stefanini e Coop Adriatica
103 Turiddo
Campaini e Unicoop Firenze
109 Bruno Cordazzo
e Coop Liguria
117 Aldo Soldi e
ANCC
APPENDICE
131 La Coop
sei tu? Conosciamoci di più!
di Stefano Filippi
RINGRAZIAMENTI
il mio grazie va a Geminello
Alvi che, con la sua prefazione, ha dato una dignità a
questo scritto artigianale.
E a Stefano Lorenzetto, senza
il quale mai avrei fatto - si fa per dire - lo
scrittore. Egli ha fermamente voluto che io iscrivessi
la mia storia in prima persona: «Dall'alto della sua
età, del suo silenzio, e dei suoi soldi», diceva. Spero
di non averlo troppo deluso.
Infine ringrazio Carlo
Rossella, che lo scorso anno disse: «Non va».
B.C.
PREFAZIONE
di Geminello
Alvi
Le tabelle citate da Geminello
Alvi
sono riportate al termine della
prefazione.
Gli allegati al testo di
Bernardo Capretti
sono riprodotti in un'apposita
sezione
impaginata alla fine, prima
dell'appendice.
Tutta la documentazione
originale
relativa ai fatti esposti in
questo libro
è a disposizione di chiunque
abbia interesse a consultarla
presso
la direzione di Esselunga,
via Giambologna 1,
20096 Limito di Pìoltello
(Milano).
Per chi scriva come me per
mestiere è almeno curioso quanto accade mentre inizio
questa prefazione. Il farlo mi colma di orgoglio, e di
senso del dovere. Strano sentire, che rende
insignificante il resto, e mi fa scrivere con
delicatezza di un libro che, alla prima lettura, m'era
venuto addirittura quasi di sconsigliare, E invece
adesso che ho appena finito di riorganizzarmelo nella
mente, m'entusiasma. Perché questo libro di denuncia
possiede una tutta sua geometria, nella quale ogni
dettaglio si incastra con calma concretezza. Ed è già
raro che scrivendo d'argomenti economici ci si riesca.
Ma meno consueto è ancora avere
il privilegio di vedere incarnate delle idee così
concrete e franche in una vita vera. E questo è
l'orgoglio: avere ancora davanti il viso tenace, di un
tratto infantile e però pervaso di una furia del
dettaglio meticolosa, di Bernardo Caprotti. E accorgermi
che è l'esempio della sua vita che da ai numeri, e
persine alle furie di questo libro, una forza di verità
toccante. Altro che i manuali universitari sulla
concorrenza o le storie del boom, o gli sproloqui dei
convertiti al liberismo. Qui c'è un libro di economia
sul bene, e i troppi mali dell'Italia, ma esemplificati
nella grande storia di una impresa e di una vita. Perché
questo di Caprotti non è un libro di vile polemica
politica, di quelle che ogni sera ci tocca di digerire
solo aprendo la IV, nello smentirsi reciproco, senza mai
prova dei politicanti. È piuttosto uno splendido
trattato di economia, O cui criterio di verità è il
bilancio di una vita. Chi lo leggerà, se onesto, se ne
sentirà contagiato e infine persuaso.
Ed eccolo trentaduenne
Caprotti, mentre, inorgoglito cogli occhi resi ancora
più appuntiti dalla precoce stempiatura, guarda una
cassiera che fa bene il suo dovere e digita alla cassa.
La foto è vecchia di cinquanta anni, e ritrae lì accanto
anche il senatore Mario Crespi, in visita al primo
supermarket di Milano, di cui pure lui era azionista. Ma
a saltare fuori dal bianco e nero ancora adesso è quella
certa posa diritta di Caprotti, complica e compiaciuta;
così orgogliosa di come tutto funzioni. Molto potrebbe
dirsi di come il modello americano di supermarket fu
importato in Italia e del perché ebbe poi
successo. Due anni fa è stato pure scritto un agile
libro di storia che ne illustra con efficacia le
vicende, e spiega quanto siano stati decisivi il via
degli americani e i vantaggi d'essere il first mover in
questo settore.
Tuttavia senza questo viso di
Bernardo Caprotti, senza un tenace intento di verità, e
quella sua furia del dettaglio che diventa orgoglio per
gli altri, non si riuscirebbe, io temo, a capire. La
integrazione verticale tra produzione e sistema di
vendita, i prezzi competitivi, la standardizzazione:
spiegano, certo. Ma senza l'imprenditore Caprotti non si
può capire Esselunga; perché essa abbia le più alte
vendite per metro quadrato dell'area dell'euro. Peraltro
il nostro può dirsi l'ultimo grande nome del boom
italiano che ancora amministri una grande impresa. Egli
è ormai l'ultimo operoso della generazione
d'imprenditori nati tutti nell'anteguerra, che
cambiarono l'Italia. L'operosità frugale della Brianza,
quanto di tranquillizzante sempre l'accompagna, la
lealtà, le minuzie dell'impresa tessile di famiglia
erano in lui. Perciò nella epica della grande
distribuzione e del miracolo economico egli seppe
innestare i migliori caratteri organizzativi, e morali
del vecchio agire. Innesto non facile ma agevolato
dall'esperimento subito concretissimo di quel giovane
della classe 1925, che dal padre viene appunto inviato
in America. In Texas prima, quindi meccanico di macchine
per la filatura del cotone e telai nel Maine, quindi tra
lo scintillio dei grattacieli di New York. E in questo
viaggio d'istruzione c'è un'avventura non dissimile da
quella di un Adriano Olivetti. La Brianza o il Canavese
si rinnovano in America nel loro meglio. E infatti non
solo vengono gli inebrianti successi delle industrie
tessili tra il 1952 e il 1965.
Ma poco più che trentenne
Caprotti si lancia pure entusiasta nei supermarket. Si
legga qui il bel pezzo nel quale descrive il suo
colloquio con la madre e l'annuncio che non sarebbe più
tornato ad Albiate. Il fervore dei supermarket, della
impresa americana lo contagiarono: «II nuovo business
era molto più dinamico, molto più coinvolgente, assai
più del tessile, e ben più di quanto non avessi mai
pensato». Ma il contagio non dipese soltanto dalle magie
della grande distribuzione d'oltreoceano, dei prezzi
bassi e della logistica. A rileggersi le sue ripide,
sbrigative note su quegli anni ci si sorprende a
scoprire l'altro motivo d'un fervore così potente: «Io
penso che il secondo fu dato in quegli anni di
straordinaria dedizione nei quali si consolidò un grande
senso di appartenenza, dì colleganza, di autentica
amicizia». Vissuta sempre però colla minuzia della
Brianza, sbrigativa ma attenta alle piccole cose, quindi
compiaciuta di quanto dicevano in quegli anni due
vecchietti, clienti di Esselunga: «Veniamo qui in tram
dall'altra parte della città settimanalmente, con quanto
risparmiamo possiamo andare al cinema una volta la
settimana». In quel sorriso di Caprotti del 1957, c'è
insomma ben altro che chiacchiere; c'è un'epica
dell'impresa che ha cambiato nel meglio e davvero
l'Italia. Ed è questo il motivo più serio che dovrebbe
far riflettere i lettori, fargli almeno chiedere perché
un uomo così s'è risolto a un simile libro di denuncia.
Tra l'altro considerato il suo carattere, ne sono certo,
egli assai più volentieri avrebbe avuto tutt'altro da
fare.
Ma prima di scorrere le
statistiche di Esselunga e il resto vale la pena forse
di insistere sul suo carattere originale. Da soli i
numeri delle più alte vendite per metro quadrato nella
grande distribuzione alimentare potrebbero fuorviare il
lettore. Le ottimalità di questa impresa non si spiegano
solo con indici di produttività astratte, o della
standardizzazione. Il genio di Caprotti e del suo
management è arte d'attenzione delimitata. Esselunga è
quella furia del dettaglio, per la quale si misurano i
passi del personale di banco e dei consumatori e di essi
si informano gli architetti. Da circa un anno si studia
la formula nuova del ragù come nemmeno Fermi per la
produzione della bomba atomica. E anche la
concentrazione di Esselunga, come vedremo e che spiega
questo libro di denuncia, è evoluta a virtù.
L'attenzione pignola al dettaglio ha ottimizzato i
bilanci; seppur costretti nel territorio. Altri, e gli
esempi sono molteplici, nel nostro capitalismo avrebbero
peraltro profittato di una cassa così concentrata per
allargarsi. La vanità di quasi tutti, banche o imprese,
orinai in Italia si poggia su imprese vere quasi nulle,
ma gonfiate fino all'inverosimile dalla politica o dalla
speculazione. E invece no, una nuova tritatura del ragù
vale per Esselunga più di un affare d'Alta Finanza.
Abituati come siamo a indici ormai astratti, si rimane
così sorpresi delle vecchie e buone maniere di fare.
Ma gioverà a questa prefazione
anche qualche contabilità più consueta, come quella che
misura la produttività, già menzionata peraltro, della
rete di vendita (tabella A). Il fatturato
complessivo sviluppato, ACV (All Commodity Volumes)
nella sigla abbreviata dall'inglese, comprende il largo
consumo confezionato, quello non alimentare e i
freschissimi. Così questo totale di vendite diviso per
le diverse superfici di vendita permette di misurare
l'efficienza dei vari gruppi presenti in Italia, e di
compararla. Il risultato è che la produttività di
Esselunga è stata a fine 2006 più che doppia di quella
di multinazionali come Carrefour e Auchan; e superiore
di più di tre quarti a quella di Coop Italia. Numeri
tanto più notevoli in quanto, cosa rilevante in questo
genere di mercati, Esselunga ha una quota di mercato
inferiore agli altri tre gruppi. Al 1° gennaio 2007,
Auchan copre il 9,3% del mercato, Carrefour il 10,1% e
Coop Italia il 17,1%, contro l'8,7% di Esselunga. La
quale però sì è adattata a sfruttare la sua quota al
massimo, e con migliore efficienza anche delle
multinazionali. Riprova che non ci sono dei modelli
universali che possano esportarsi con inevitabile
successo.
Ma neppure nel 1957 agli esordi
la Supermarkets Italiani fu affare di mera importazione
del modello americano a Milano. Si dovettero plasmare
dal niente delle dimensioni organizzative ottimali per
quel mercato locale, costruire, addirittura formare i
fornitori di acquisti ed approvvigionamenti. E l'impresa
dovette essere proseguita con furia del dettaglio e
attenzione ai mercati locali indefessa nei cinque
decenni seguenti. Tant'è che ormai una "multiprovinciale"
come Esselunga funziona adesso molto meglio delle
multinazionali.
E il successo di quanto di più
originale v'è in Esselunga viene dall'evoluzione della
rete di vendita. Il peso sul fatturato dei supermarket
era del 58,2% nel 2000, all'inizio di quest'anno era
calato al 33,3%. A sua volta il fatturato dei superstores è cresciuto dal 41,8% del 2000 al 66,7%.
Malgrado tutti gli ostacoli della burocrazia le
superfici di vendita sono cresciute verso 2.500 fin
oltre i 4.000 metri. Buona parte dei supermercati sono
stati insomma trasformati, ma con una formula
intermedia, diversa da quella scelta dalla concorrenza.
Gli altri hanno aperto negli ultimi anni ipermercati
fino a 12.000 metri quadri, con assortimento alimentare
non molto diverso da quello dei superstores, ma vendendo
anche il non alimentare, il tutto inserito in vasti
centri commerciali che erano considerati la formula del
futuro. E invece non rendono per metro quadro quanto la
soluzione più calibrata e calma, nella tradizione, di
Esselunga. Il mercato da ragione infatti alle superfici
più vicine alle città e alle direttrici urbane e premia
i tempi della spesa. Parcheggi e conta dei passi: ancora
la minuzia, l'attenzione al particolare e al locale
spiega questo calmo successo. Tra l'altro l'ipermercato
vive di una logistica propria come una portaerei deve
stoccare i prodotti con costi crescenti. Il superstore
invece vive di una logistica sua, ma integrata, che non
ha magazzino: e richiede non maggiori superfici
ma più ordine, e accuratezza gestionale. Perciò rende
meglio degli ipermercati.
Ma se le multinazionali possono
semmai biasimarsi per le loro scelte di mercato, altro è
il discorso circa le cooperative. Se infatti le quote di
mercato dei vari gruppi si disaggregano per provincia,
si verifica subito quanto poco il confronto sia soltanto
una questione economica (tabella B). Le quote di
mercato di Coop si concentrano infatti nelle province di
Emilia e Romagna e Toscana con proporzioni superiori al
50%. Nelle altre province può anche farsi un confronto
cogli altri gruppi, ma in un'area, che si concentra
nelle regioni rosse e comprende Perugia e la Liguria, le
quote restano incomparabili. Ben oltre quindi
un'evoluzione imputabile al mercato, o spiegabile in
termini di efficienza delle superfici di vendita. Il 77%
della quota dì Siena, il 60% di Firenze e il 57% di
Modena o Bologna non si spiegano con un'efficienza
superiore che non c'è: riguardano la politica. Dove la
politica è stata meno permeata dai comunisti, pentiti o
meno, queste concentrazioni di quote risultano
impensabili. Comunque esse non si verificano con simili
livelli in nessuna delle altre province d'Italia.
Chi volesse replicare a questa
mia constatazione, ridurla a una malevola insinuazione
dovrebbe infatti dimostrarci ch'è solo l'economia ovvero
l'efficienza a giustificare la sproporzione. Il che
abbiamo visto non è. E nemmeno una spiegazione può
trovarsi nei prezzi, ovvero nella maggior convenienza
della Coop, in queste peraltro sempre meno beate
province d'Italia. Basta analizzare gli indici elaborati
da Panel International, una azienda francese del tutto
indipendente, che fa rilevamenti sui prezzi (tabella
C) e comparare i prezzi dei prodotti di Esselunga
Milano a via Ripamonti con quelli delle località dove
essa non c'è. In altri termini il livello di prezzi di
Esselunga Milano, posto uguale a 100, fa da deflatore
per i prezzi delle Coop di tutta Italia. Un valore
superiore a 100 implica pertanto prezzi superiori delle
cooperative, al di sotto inferiori.
Ma non è quest'ultimo il nostro
caso. Siamo come si vede, già in Emilia e ancor più in
Liguria o in Toscana, a prezzi ben superiori nelle
cooperative. Può dedursene che non è il libero mercato
la spiegazione di quote così elevate. Il sistema Coop
lasciato a se stesso costa al consumatore di più, oltre
ad essere meno efficiente. Dove c'è più concorrenza ci
sono infatti meno cooperative, e viceversa. Insomma non
è il mercato a giustificare la cosi abnorme
concentrazione delle cooperative.
Ma diamoci un'altra riprova:
studiamo la situazione dei prezzi in Liguria dove le
quote di Coop Italia sono superiori per intenderci a
quelle di Reggio Emilia. A Genova siamo a una quota del
48%, al 51% a Savona e addirittura al 53% a La Spezia, a
fronte di una quota assente o insignificante di
Esselunga (tabelle D e E). E verifichiamo quanto
costa di più fare la spesa in quattro coop della
Liguria, rispetto a una Coop di Sesto Fiorentino o a una
Esselunga di Firenze. Siamo a prezzi superiori in media
attorno al 15% rispetto alla Coop toscana, e ancora più
elevati rispetto alla Esselunga toscana. Lo squilibrio è
meno elevato solo per la rilevazione di luglio 2006
della Coop di La Spezia. Ma appunto l'apertura di un
supermercato estraneo alle cooperative nel giugno di
quell'anno ha costretto a una pesante discesa dei
prezzi, che malgrado ciò restano alti. Insomma questo
incrocio di dati elaborati da una fonte indipendente ci
permette la prova del nove. I prezzi sono più alti là
dove la quota di Coop Italia è più elevata e c'è meno
concorrenza.
Non credo che nessuno scrittore
di manuali di economia di un qualche pregio si
lascerebbe sfuggire esempi numerici come quelli
indicati. Quale migliore esemplificazione di cosa sia il
mercato, e del perché ostacolarlo sia un male anzitutto
per i consumatori? Ma viviamo in un'Italia complicata; e
dunque l'accademia che occupa sovente di noia le nostre
università si guarderebbe bene dal nuocere a chi
comanda. Inoltre i tempi si sono pure essi complicati, e
ai numeri si rimprovera sempre più spesso là loro
aridità. Si ribatte ad essi, invocando appunto la
qualità, quel qualcosa ch'è restato però sempre troppo
vago da che Aristotele l'inventò. E tuttavia anche di
questa qualità potrebbe darsi una misura accurata ed
esaustiva. Ma invece di annoiare il lettore cogli indici
di qualità più accurati che l'azienda mi ha mostrato, mi
limiterei perlomeno a insinuare un dubbio, per quanto ad
esempio riguarda i prodotti più politicamente corretti.
I prodotti biologici a marchio Esselunga sono 130 contro
75 di Ipercoop, con un peso sui relativi assortimenti
dell' 1,3 % per Esselunga e dello 0,6% per Ipercoop
(tabella F). Insomma si confermerebbe che il
richiamo alla qualità, almeno a quella percepita dai
consumatori, è davvero un espediente ambiguo, tentato
troppo spesso da chi ne ha meno.
Ed eccoci al punto dolente, non
tanto, non solo per Bernardo Capretti e i lavoratori di
Esselunga. Ma per noi tutti. Giacché spero d'aver messo
in condizione il lettore con calma di poter capire il
perché di una denuncia. E come mai un ottantenne
imprenditore si sia deciso a questa denuncia, di cui tra
l'altro non ho ancora introdotto tutti i termini. Ma la
comparazione di quote e di prezzi, per parti di Italia,
fa già capire chi paghi il prezzo del privilegio. Sono
quegli italiani presi in giro con una politica di
liberalizzazione che riguarda sempre gli affari degli
altri e mai quelli propri. Ed infatti per quanto le
norme di privilegio delle cooperative siano illiberali e
da liberalizzarsi il governo se ne guarda bene. Mentre
la più parte dei giornali s'è abituata a guardare, con
mal annoiata ipocrisia, dall'altra parte.
In effetti cosa v'è di più sano
che la fraternità economica, un sentire assieme epico e
attento agli altri, ben oltre il proprio egoismo? E cosa
di più ovvio che la Costituzione economica protegga
questo movente con una norma che favorisce la
cooperazione senza scopo di lucro? Dunque si
giustificano sia la deducibilità dell'IRES dalla base
imponibile e sia quella degli utili destinati a riserva
legale e fondi mutualistici oppure a riserva volontaria.
Come ci sta anche la concessione della possibilità del
prestito sociale, la raccolta diretta di denaro dai soci
consumatori, e a condizioni più vantaggiose rispetto al
sistema bancario, anch'essa garantita dal legislatore.
Ma Coop Italia con un fatturato
di oltre 12 miliardi di euro rientra ancora negli scopi
di mutualismo che giustificano i privilegi fiscali, e
non solo, di cui gode? Parrebbe molto dubitabile. Si
diventa suoi soci con delle procedure automatiche, non
diverse in fondo dalle politiche di fidelizzazione
operate dagli altri gruppi. E alla posizione soltanto
formale dei soci si accompagna tra l'altro la
sostanziale estraneità rispetto alla vita societaria,
alla sua amministrazione. Partecipano nella media alle
assemblee delle cooperative che operano nella grande
distribuzione percentuali di soci inferiori all'1 %. Ben
poco per corrispondere davvero agli intenti mutualistici
pretesi dalla Costituzione e dal legislatore. E lo si è
verificato tanto più per quanto riguarda i prezzi, più
elevati, e persino i prodotti biologici, minori.
Eppure a parità di utile lordo
la tassazione delle cooperative incide per il 17% (fino
al 2001 era addirittura il 10%), quella sulle società
commerciali per il 43%. E questo dato considera
solamente il beneficio fiscale. Non meno rilevante è il
privilegio, lo sconto nei finanziamenti: si consideri
che sugli interessi del prestito sociale vengono
applicate ritenute del 12,5% invece che del 27%. E come
sì è verificato cogli altri conti fatti prima, non è che
poi questo sovrappiù si traduca in risparmi di prezzo
per il consumatore. Costituisce piuttosto una rendita,
che in parte colma l'inefficienza del sistema delle
Coop. E per un'altra parte retribuisce un sistema di
potere, nei suoi sempre più rischiosi e complicati
affari, come i recenti casi di Consorte e soci
cooperatori hanno a tutti dimostrato.
Insomma dire che c'è qualcosa
che non torna è a questo punto troppo poco. È far finta
di non vedere; andrà forse bene per il propagandista, il
politico che per mestiere deve convincere, ovvero
fidelizzare, per restare in argomento. Ma tanti fatti
messi in fila configurano un sistema di inefficienza,
che deve alla politica e non al mercato la sua
esistenza. Prezzi più alti; una qualità maggiore
soltanto pretesa; privilegi fiscali e di finanziamento;
delle quote di mercato immani e che non si ritrovano per
altri gruppi in nessun'altra regione di Italia: sono i
fatti gravi che giustificano tutto lo sdegno di Bernardo
Caprotti nel suo libro. Una insana concenti"azione, che
trova pretesto nel mutualismo e ragioni nella politica,
sottrae alla competizione buona parte del Paese. Il che
è nella grande distribuzione piuttosto paradossale. E
non si spiegherebbe che un governo che di continuo parla
di liberalizzazione, non badi a eliminare subito questi
ostacoli alla concorrenza. Invece si spiega considerando
che nel governo è parte importante proprio la parte
politica che perpetua il privilegio delle cooperative,
ed una strana idea del mutualismo.
Peraltro quello della
distribuzione è un mercato, come si dice, di prossimità,
nel quale la saturazione sotto il profilo territoriale
rende impossibile ad altri operatori competere. Ed ecco
perché i vari casi elencati in questo libro, di ostacolo
all'apertura di supermercati Esselunga proprio e solo in
certe regioni aggraverebbero il quadro. La dovizia di
documenti e foto è inquietante. Ma il mio mestiere non è
l'avvocato, e tanto meno il fare politica. Quanto posso
verificare da economista, usando Ì numeri, però basta
per capire i dirigenti di Esselunga e il loro rammarico.
Non è confortante sfogliare i dossier con le
autorizzazioni per aprire a loro negate, ed invece
concesse a delle cooperative, meno efficienti e più
disutili ai consumatori.
Mi sono tenuto in questa
prefazione il più possibile ai puri fatti, ed essi
nitidamente dimostrano tutte le ragioni di questo libro,
che vive, lo si deve ammettere, pure di sdegno. Ma non
di pregiudizio. C'è la rabbia dell'onesto, che s'è per
una vita applicato al meglio, ha costruito coi fatti
l'epica concreta di un bene comune minuto, e tuttavia
reso immenso dai consumi cinquantennali di milioni di
clienti.
Caprotti denuncia una
ingiustizia con la stessa passione, che in una vita di
lavoro ha messo in opera nella sua grande distribuzione.
E però senza un preconcetto rancore politico; giacché
egli proprio non fu fascista. E lo stesso può dirsi
della sua famiglia, non soltanto in Italia; anche in
Francia, «con mio cugino Andre assassinato dai fascisti
d'Oltralpe il giorno della liberazione di Parigi». Non
vi sarebbe stata in luì quindi alcuna preconcetta
avversione. Ma a muoverlo alla ribellione pare piuttosto
una sua intenzione continua di libertà, divenuta
istinto. Si pensi alle pagine di questo libro nelle
quali egli descrive la situazione della industria
tessile di famiglia sotto il fascismo: «I telai alla
Manifattura Caprotti datavano forse di decenni. Le
difficoltà erano anche dovute al fatto che durante il
fascismo, per rinnovare gli impiantì, anche per cambiare
una sola macchina, un tornio o un telaio per tessere,
occorreva il permesso della Camera dei Fasci e delle
Corporazioni». Ci verrebbe quindi da dire Corporazioni
nere o rosse cambia poco, egli le avversa con la stessa
caparbietà di chi non accetta di fermare se stesso e i
suoi, di restare indietro. Insomma questo libro è
coerente con la sua vita di imprenditore: corporazioni,
veti dei piccoli commercianti, o cooperative emiliane:
forme diverse di una Italia ipocrita che si perpetua, e
muta soltanto per gli sciocchi.
Nella storia d'Italia o meglio
della penisola dai tempi antichi sì contano due generi
di decadenze economiche. La prima fu quella dell'Impero
romano, rovinato da una crisi fiscale; quando le
conquiste e le estorsioni delle guerre non bastarono più
a nutrire le plebi di nullafacenti di Roma. E a
mantenere al contempo le legioni. La seconda decadenza
fu quella che rovinò le produzioni anzitutto tessili e
divenne palese nel '600 come esito dei veti di stagnanti
corporazioni. Esse bloccarono il mutamento, elevarono i
salari, aprirono ai panni inglesi il futuro.
Tasse e corporazioni: i due
mali ricorrenti che non c'è bisogno dì essere storici
economici per riconoscere anche in questa Italia. Basta
essere uomini liberi per sentire come nel presente
riviva troppa di quella ipocrisia che già in passato ha
rovinato tutto, e generato umiliazioni, povertà e male
morale. Anzitutto quella doppiezza per cui si predicano
liberalizzazioni ma appunto riguardano sempre gli altri.
Mai che neppure si parli di liberalizzare le mutue e
smontare l'INPS, eppure ci sono in Italia 15 milioni di
pensionati e solo cinquantamila tassisti. Tanto meno si
parla di smontare Ì privilegi delle cooperative, nella
grande distribuzione, di far calare del dieci per cento
il costo della spesa di milioni di consumatori, e così
liberalizzarli.
Ma ritorniamo alla
fisiognomica, al viso nitido nel suo slancio di ordine
minuto, del trentaduenne Caprotti. Lo stesso che c'era
nel suo viso, poche settimane fa quando lo ho
incontrato, posseduto dalla stessa vitalità, che a ben
pensarci è un'ansia di libertà. La sua è una fretta di
scegliere per dare ordine, forma ad una impresa sentita
per gli altri, alla fine credo molto di più di quanto
l'invidia degli altri non sia riuscita mai a capire. E
interessante a questo riguardo anche la memoria delle
rivolte politiche in fabbrica degli anni '70. Quanto
egli avversa non sono le parole o gli insulti; ma il
disordine, che giunse «a livelli parossistici».
Caprotti pare, ed è davvero con
l'anima, dentro ognuno dei suoi supermercati a vegliare
perché l'economia più sostanziale, quella della massaia,
possa svolgersi nel migliore ordine. E fedele a questo
intento capisce tutto. Rivelatore il colloquio di quegli
anni con un prefetto, capace di intendere solo l'impresa
in quanto patrimonio, stock come fosse terra o cosa con
peso e valore fisso, eterno. Costui, visto che «lei i
soldi li ha», lo invitava a darli, a cedere ai movimenti
più riottosi. Ma questa concessione, consigliata anche
per ordine pubblico, resta densa di ignoranza economica.
Se non c'era bastante productivity of labour, che
senso avevano gli aumenti salariali? E infatti, osserva
caustico Capretti, poche righe dopo, divennero
inflazione. Altra lezione da manuale, perfetta di
economia, che smitizza tra l'altro quelle lotte.
Nel sacro furore di quei tali
che negli anni 70 gli invadono gli uffici, egli
riconosce gli stessi modi del fascismo, che non si
comportava peggio del facchino che lo insulta, o degli
scioperanti che fanno prendere un ictus al povero
direttore di Esselunga in Toscana,
Per carità, era inevitabile una
qualche redistribuzione del reddito negli anni '60. Ma
essa non si svolse con ordine, accompagnandosi alla
produttività. Fu invece assecondata dalla peggiore
politica, quella stessa che verbosa amministra ancora
così male tutto, ma sempre parlando troppo.
E se invece di giudicarli parte
del progresso, lodarli, questi anni 70 si considerassero
come esemplari di una nazione mai liberata dai moventi
della sua decadenza? Ma davvero un'Italia dove i
pensionati e gli statali sommati sono 20 milioni e i
lavoratori dipendenti nel settore privato soltanto 13
milioni può dirsi emanata dal progresso? O non è pure
questa proporzione malata una riprova della identica
ipocrisia, di quell'istinto a vivere del lavoro altrui,
a proteggersi con la politica che ritroviamo nella
denuncia di Capretti? La verità è che sì poi arrivarono
la stanchezza degli anni '80 e il crollo a dimostrare la
follia dei due decenni trascorsi. Ma gli esiti di quegli
anni erano ormai avviati. E un sano equilibrio non venne
più ritrovato. Se non a chiacchiere, l'espediente è dire
una cosa e fare quella opposta, com'e per le
liberalizzazioni.
Altri fatti disdicevoli, non
bastassero quelli elencati finora, completano però il
quadro. Li annotiamo nel loro succedersi, senza che ci
sia molto altro da aggiungere. Romano Prodi in Tv, a
Porta a porta, il 7 febbraio 2006, tra l'altro non
richiesto e con la grazia consueta, disserta sulla
grande distribuzione, e spiega: «Sono rimaste le Coop e
c'è ancora Esselunga (...) il governo può metterle
insieme (...) può fare una politica perché stiano
assieme». Senza alcun rispetto per l'età e i meriti di
imprenditore di Bernardo Caprotti, viene buttato là
insomma il problema della successione, come se Esselunga
fosse un pezzo dell'lRI. E non un'azienda con una sua
proprietà, dunque nel pieno diritto di essere venduta a
discrezione di chi la possiede.
E non bastasse, chi si fa poi
subito avanti, in recita perfetta? Ma appunto le
cooperative. Il presidente di Legacoop Emilia, Paolo
Cattabiani, dichiarerà all'Unità il 18 maggio
2006: «Se Esselunga fosse messa in vendita
sarebbe un diritto e un dovere per noi acquistarla». Che
cosa del resto aveva già dichiarato il ministro delle
liberalizzazioni Pierluigi Bersani? All'Unità il
9 novembre 2004 circa la vendita di Esselunga pure lui
spiegava: «Io credo che il sistema amministrativo abbia
anche delle leve in mano. Così come il governo (...) di
sicuro, nessuno entra in un mercato a dispetto della sua
classe dirigente politica, economica». Quale ammissione
più sincera?
Siamo un Paese in decadenza,
anzi peggio: attraversato da delle correnti di decadenza
secolari che però si ammantano ora di progressismo con
ipocrisia perita e reiterata. E il problema è che tutti
lo sanno, e in privato anzi l'ammettono con dovizia
d'esempi. Ma poi appena qualcuno ci si sdegni davvero, e
dimostri il come e il perché dell'ingiustizia, eccoli i
più a dargli dell'ingenuo. Non c'è ipocrisia, privilegio
o doppiezza che non sia data in Italia per scontata come
ovvia e inevitabile: contro d'essa ben poco vi sarebbe
da fare. Se non mettersi d'accordo, accettare quindi
infine la spartizione. C'è insomma da noi una vecchiaia
di anime tale che tocca a un imprenditore ottantenne di
agire per la libertà, sua e degli altri, in un mercato
concreto. Di là di ogni spartizione o accordo come
quelli che per certo gli avrebbero semplificato la vita,
ma che la libertà non accetta.
Ed eccomi, caro lettore alla
fine, che è poi l'inizio di questo libro, ad essermi
anch'io infervorato. Ma almeno mi sono e ho spiegato il
perché di quell'orgoglio, e del senso del dovere che mi
ha contagiato mentre scrivevo del libro di Caprotti.
Non è scritto come gli altri, che sparlano di sfide e
globalizzazioni, e nella sua costruzione patisce forse
palesi ingenuità. Eppure le sue parole sono tutte vere
ed oneste, di squillante lealtà, come deve accadere
appunto in un libro di denuncia sentito «come un
impellente dovere civile». E con consapevolezza totale,
«scritto contro il parere dei miei consulenti. So già
che mi costerà incomprensioni. Non importa. I
consumatori devono sapere che la loro libertà di scelta
è in pericolo e che, di questo passo, potrebbe diventare
teorica». Mi ha convinto, ha ragione lui.





Dedico questa mia
non piccola fatica
ai molti giovani
di Esselunga che
lavorano con
tanto impegno,
con passione e
onestà.
E che crescono
i loro figli
nella speranza
di un'Italia migliore.
Più libera e
moderna.
Più sorridente e
più pulita.
Con un grande
abbraccio
Bernardo Caprotti.
LE MIE RAGIONI
Nell'autunno del 2006, dopo due
anni di attacchi da parte di Coop all'Esselunga ed alla
mia persona, dei quali sul finire del testo daremo
notizia, io, anzi noi, decidiamo di fare chiarezza, a
mezzo stampa, dicendo le nostre ragioni.
Nossignori: come definisce
Giuliano Poletti, presidente di Legacoop - che vedremo
fotografato al Quirinale col presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano - il nostro chiarimento?
«Un attacco (sic!, ndr) ingiustificato, che non
può restare senza risposta».
E Aldo Soldi, presidente
dell'ANCC, Associazione Nazionale Cooperative di
Consumatori: «La reazione dì Esselunga è stata
eccessiva», è una «levata di scudi, per di più con toni
arroganti e polemici...».
E allora, nella mia lettera del
1° dicembre 2006
a Soldi, ho scritto: «La verità è che due anni di
indecente gazzarra da Lei montata - a fini che a me son
ben chiari - sulla nostra azienda e sul suo buon nome,
hanno messo in allarme ministri, professori,
presidenti... ed anche Vecchioni (Federico Vecchioni,
presidente nazionale di Confagricoltura, ndr). E noi
abbiamo dovuto rispondere. La vostra capacità di mentire
e di ribaltare la realtà è illimitata. A me spiace, mi
spiace veramente che Lei mi costringa a fare qualcosa
che non avrei mai immaginato. Rivelerò a molti ingenui,
a tante persone in buona fede, chi veramente siete. Lei,
Soldi, mi ci avrà costretto».
Questa è la ragione del mio
scritto, questa è stata la mia promessa.
PERMETTE? MI
PRESENTO
Mi chiamo Bernardo Capretti,
sono nato a Milano nell'ottobre 1925. Mi sono sempre
sentito figlio e cittadino della Brianza, di quel
particolare territorio che Sta fra Monza ed il lago di
Como nel quale i miei vecchi per lunghi anni hanno
tessuto e filato cottoni: così, nella
corrispondenza di oltre 150 anni fa, loro chiamavano il
cotone, giacché con l'industrializzazione l'inglese
cotton venne a sostituire l'italiano bambagia,
parola oggi incredibilmente dimenticata1,
usata già nel Milione di Marco Polo, anno 1298.
Là, con alterne fortune, stringendo i denti nei periodi
di magra, quando come ultime risorse rimanevano gli
affìtti delle terre e l'allevamento del baco da seta, ha
operato per sci generazioni la mia famiglia.
Mio padre, Giuseppe, era un
"ragazzo del '99", apparteneva cioè a quella classe che,
dopo Caporetto, fu mandata in guerra a 17 anni per
rimpolpare le armate del re. Era stato educato "in
tedesco". Aveva cominciato a 10 anni come allievo
dell'ancor oggi notissimo Rosenberg Institut di San
Gallo in Svizzera, dove trascorse quattro anni. Sua
nonna era tedesca e l'influenza tedesca e francese erano
allora prevalenti in Italia. L'Inghilterra era tanto
lontana.
Da mio padre e da mia nonna
Bettina ho imparato il culto della libertà,
dell'indipendenza e la passione per le visual arts,
architettura, pittura, grafica, e... l'ossobuco
fatto con un'ombra di acciuga. Mia madre, francese, e
mia nonna, alsaziana, mi trasmisero l'inclinazione per
la musica e per Molière, l'avversione per les Bockes
(così venivano chiamati i tedeschi fin dai tempi di
Luigi XIV) ed il culto dei soufflé. Se l'Esselunga è
quello che è, forse lo si deve anche a questo.
Da mio padre appresi i
fondamentali valori borghesi, la centralità e la
continuità dell'impresa, la frugalità, il rispetto della
parola data. Ed anche la passione per la caccia e
l'amore per i cani. Ad Albiate, nella nostra tanto amata
proprietà in Brianza, arrivavamo ad averne anche dieci
contemporaneamente. Era un antifascista vorrei dire
accanito; alla vigilia della guerra era rimasto quasi
solo: lui, l'amico Nanni Falck delle omonime acciaierie
ed i Tanzi, agenti di cambio che erano nostri vicini di
casa ad Albiate. Bisogna dire la verità: tutta la
borghesia era fascista, potrei fare la lista dei nomi.
Riaffiorano le interminabili discussioni che mio padre
intavolava, E ricordo la sua disperazione ai tempi della
guerra d'Abissinia - ero un ragazzino di 11 anni -
perché andavamo contro un membro della Società delle
Nazioni per conquistare una sassaia. Invece di
modernizzare le Calabrie, andavamo a spendere cifre
pazzesche per colonizzare un Paese di pietre.
Poi furono promulgate le leggi
razziali. La grandissima parte degli agenti della
Caprotti - ed anche molti clienti - erano ebrei. Alcuni
erano anche amici che venivano spesso per casa e mi
avevano tenuto, ragazzino, sulle loro ginocchia. Così
vivemmo proprio da vicino quella spaventosa, dissennata
tragedia.
1
Un tempo si diceva di certuni: "Nato nella
bambagia". Forse oggi nascono nel cotone idrofilo, e si
spiega così perché non ci sono più signori.
Ho vivido il ricordo della
dichiarazione di guerra del giugno 1940. Ero al Tennis
Club Milano di via Generale Arimondi e stavo prendendo
lezione dal grande Del Bello. A metà pomeriggio, sui
campi il giuoco si fermò. Si fece improvvisamente
silenzio perché stava per parlare il Duce, e quando il
Duce parlava l'Italia si fermava. Tutti gli
altoparlanti, anche al Tennis Club, dovevano trasmettere
il suo verbo. Sentii lì, sul campo da tennis, la
dichiarazione di guerra alle «democrazie plutocratiche e
reazionarie dell'Occidente», alla Francia ed
all'Inghilterra, pronunciata da questo maestro di scuola
di provincia che non sapeva quello che faceva, che
sarebbe morto senza aver mai visto niente, neppure
Londra o Parigi.
Tomai a casa piangendo. Sul
tram regnava un silenzio assoluto. Milano era attonita:
di colpo gli italiani si rendevano conto della
catastrofe annunciata, dopo l'ubriacatura delle adunate
e delle acclamazioni, dopo dieci anni di pazzia.
Mia nonna Fernande era venuta dalla Francia in visita a
sua figlia, mia mamma, com'era solita fare ogni anno in
tarda primavera. L'accompagnammo al treno nelle poche
ore di moratoria successive al proclama. Partì
precipitosamente. Nessuno di noi immaginava che per sei
anni non l'avremmo più rivista. Né potevamo immaginare
che, il giorno in cui l'avremmo rivista, poco o nulla
sarebbe rimasto di quella che era stata la nostra
famiglia di Francia, con mio cugino Andre assassinato
dai fascisti d'Oltralpe il giorno della liberazione di
Parigi. C'è un sepolcro abbandonato lassù, nei Vosgi, in
quel cimitero in cima alla collina... Mio padre già da
tre o quattr'anni mi aveva indirizzato allo studio
dell'inglese. «La Germania farà la guerra e la perderà;
vincerà l'Inghilterra e l'inglese sarà la lingua di
domani», diceva, lui che era stato educato "in tedesco"
e non era mai stato in America! All'America non pensava
neppure. Il francese e l'inglese sono stati la mia
grande ricchezza, l'accesso alle letture,
all'informazione, al teatro.
Trascorsi il primo periodo
della mia vita in varie scuole e finii, nei primi anni
di guerra, tra il Parini ed il Berchet, due prestigiosi
licei pubblici, il secondo dei quali sfollato a Carate
Brianza dopo i primi bombardamenti su Milano
dell'ottobre 1942, In Brianza, nella nostra casa di Albiate, passammo gli ultimi due anni di guerra ed ogni
sera ascoltavamo religiosamente Radio Londra, dalla
quale apprendevamo le proibitissime notizie dai fronti.
Con l'orecchio incollato a
Radio Londra, nacque la mia prima avversione verso i
comunisti: lì drammaticamente seguimmo la tragedia della
rivolta di Varsavia. Nell'estate del '44, quando le
armate dei marescialli Rokossovskij e Zhukov furono ad
una manciata di chilometri dalla capitale polacca, venne
dato il segnale della rivolta. Ad un tiro da Varsavia,
le truppe sovietiche si fermarono per oltre due mesi,
col pretesto che erano stanche per l'avanzata. I
tedeschi trucidarono duecentomila polacchi, Hitler mise
Varsavia a ferro e fuoco e quando tutto fu finito, in
ottobre, Stalin diede l'ordine di riprendere la marcia,
E l'Armata Rossa prese solo delle rovine. Per poi
insediarvi un governo fantoccio2.
2
A questa nefandezza, seguiranno gli eccidi del '45, le
foibe, Togliatti favorevole a una Trieste iugoslava. A
Praga, il ministro degli Esteri, Jan Masarik - figlio
del presidente Masarik ed unico membro, non comunista,
del governo - "cade" dalla finestra del suo ufficio e
muore; il seguito è noto. I nostri prigionieri di guerra
in Russia sono ostacolati nel loro ritorno, addirittura
querelati dal comunista Edoardo D'Onofrio che, dopo aver
perso nelle aule di giustizia, fu nominato
vicepresidente della Camera. E fra fanti altri episodi,
quello vigliacchissimo delle fosse di Katyn: 25.000
ufficiali dell'esercito polacco prigionieri di guerra
trucidati con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn:
e l'intera classe dirigente di una nazione viene
eliminata.
Facendo credere per anni
che anche stavolta gli assassini erano stati i tedeschi.
Il tutto censurato fino a oggi da una "informazione" e
da una scuola quantomeno conniventi. La mia curiosità,
il mio bisogno di capire, mi spinsero più volte allora,
oltre quarant'anni fa, a Berlino e a Mosca. E mi bastò.
Né mi ci vollero cinquant'anni per accorgermi che a
Budapest, nel '56, i russi avevano commesso una violenza
costata altre 25.000 eroiche vittime. Violenza
giustificata e condivisa dai "compagni" nostrani.
A Radio Londra ascoltavamo la
disperazione degli inglesi, che con i loro aerei
mandavano aiuti, medicinali, armi e viveri, agli
insorti. Noi eravamo antifascisti, ma lì mi si insinuò
il primo dubbio. Che poi trovò una larga, larghissima
affermazione negli anni del dopoguerra, quando andavamo
in piazza del Duomo o in piazza Cavour, a Milano,
a discutere ed a prenderci a calci con i comunisti.
Perché noi eravamo prima di tutto uomini liberi, e poi
filoamericani, veri paladini della libertà.
Il periodo del dopoguerra fu
fulgido e ricco di speranze di un'autentica convivenza
democratica. Uomini liberi, come Alcide De Gasperi,
Carlo Sforza, Giuseppe Saragat, Luigi Einaudi,
dominavano la scena e facevano da baluardo ad un altro,
spaventoso totalitarismo.
Furono anche gli anni del boom
economico. Nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuove
aziende. Gli anni del fascismo erano stati gli anni
dell'autarchia ed il Paese, chiuso in se stesso, aveva
saltato tutta un'era di progresso tecnologico.
I telai alla Manifattura
Caprotti datavano forse di decenni. Le difficoltà erano
tra l'altro dovute al fatto che durante il fascismo, per
rinnovare gli impianti, anche per cambiare una sola
macchina, un tornio o un telaio per tessere, occorreva
il permesso della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Cosa non facile da ottenere per un uomo, Giuseppe Caprotti, che non portava all'occhiello la cimice, cioè
il distintivo fascista, né tanto meno la camicia nera.
Per gli industriali che vestivano l'orbace, tutto era
più facile.
Cosi mio padre nel primo
dopoguerra si diede un gran daffare per rinnovare gli
impianti. Dai due telai non automatici per tessitrice si
poteva passare ad un'assegnazione di 16 telai
automatici, e questo non certo aumentando il carico di
lavoro, ma con un incremento esponenziale della
produttività. Ecco ciò che ha fatto le fortune dei Paesi
e delle imprese che ci si sono messi. Purtroppo, la
documentazione è andata perduta con la fine della
Manifattura Caprotti, ma dovetti assistere allora ad una
battaglia coi sindacati, e segnatamente con la CGIL che,
tipicamente ancorata ad un progressismo ottocentesco, in
realtà al progresso si opponeva. In ogni caso, dopo un
anno di scioperi, "agitazioni", picchetti e bandiere
rosse, mio padre la spuntò e la Caprotti divenne, tra la
fine degli anni '40 e gli anni '50, una delle aziende
più moderne del Paese.
Il successo si riassumeva
allora come oggi in un solo concetto: produttività;
parola peraltro misteriosa che molti, anche fra gli
addetti ai lavori, confondono con la produzione o con la
capacità produttiva. Produttività è anch'essa una facile
parola americana che esprime un rapporto: output, per
man-hour. E le nostre tessitrici passarono dagli
zoccoli ai "calzett de seda".
Coi sindacati fu allora una
lotta durissima, ma per me una prima utile esperienza
per quello che si sarebbe ripetuto 20-30 anni dopo.
Conseguita la laurea, mio padre
decise che sarei andato in America, dove trascorsi
l'intero 1951. Già ero stato in fabbrica e per due anni,
durante gli studi all'Università Statale, avevo
frequentato i corsi serali di meccanotessile al
Politecnico di Milano: sapevo bene che cos'era un "raso
da quattro" e come sia impossibile "ordire una trama"3.
Allora il marketing non esisteva. L'importante
nell'industria era la fabbrica. E così che mio papa mi
mandò negli Stati Uniti presso alcuni produttori di
macchinari tessili.
Iniziai però dalla materia
prima, dal cotone, a Houston Texas, e più precisamente
nella Classing Room di Anderson Clayton -
marketer di cotoni - al porto di Galveston, sul
Golfo del Messico, donde venivano spediti i cotoni
americani. Feci poi il montatore meccanico di macchine
per la filatura del cotone e di telai per tessere, nel
Maine e nel Massachusetts. Fare il meccanico mi piaceva
moltissimo. Già da ragazzo mi divertivo con gli
chauffeur di mio padre a montare i motori delle sue
Lancia, erano più le ore che passavo in garage di quelle
spese sui libri di scuola.
L'America per me è stata
fondamentale. Era un altro mondo ed era, il Texas in
particolare, terribilmente lontano.
La partenza per l'America
costituì prima di tutto un doloroso distacco dalla mia
vita di Milano. Col vagone letto andai a Parigi dove
feci due giorni di decompressione con la mia nonna di
Francia. Poi presi il boat train alla Gare du
Nord; erano treni dedicati ad ogni singola nave ed
andavano a finire sulla banchina del porto di Le Havre,
proprio lungo la fiancata del transatlantico pronto per
la traversata. Non c'erano problemi di sicurezza,
allora, e gli accompagnatori salivano tranquillamente a
bordo. Poi, forse un'ora prima che i rimorchiatori
iniziassero a condurre la nave fuori dal porto, gli
accompagnatori venivano invitati a scendere e stavano
sulla banchina a sventolare il fazzoletto. Ricordo la
mia nonna, piccolissima, laggiù...
Si piangeva, perché allora
partire voleva davvero dire mourir un peu.
L'arrivo a New York - in
quell'occasione di primo mattino, nello scintillio dei
grattacieli e con tutte le navi presenti in porto che
suonavano le loro sirene per salutare il transatlantico
che arrivava - era un'emozione grandissima.
Due giorni a New York per
un'ulteriore decompressione coi cugini americani di mia
madre, e poi via, Due giorni e due notti di treno. Da
New York a Houston Texas, via Kansas City.
3
In sintesi, la tessitura si fa inserendo la trama
nell'ordito, cioè tramando un ordito, non ordendo una
trama.
Quell'anno trascorso negli
Stati Uniti mi insegnò a lavorare. Forse incline al
pragmatismo per natura, certamente pragmatico lo sono
divenuto. Io, e noi in Esselunga, siamo eminentemente
pragmatici. Vogliamo vedere, toccare le cose, prima di
prendere qualsiasi decisione. Prima di adottare nuove
strategie, nuovi strumenti, proviamo e riproviamo.
Sembra un modo di lavorare faticoso, in realtà rende
tutto più semplice e, a mio modo di vedere, evita molti
errori.
In America, la prima
esperienza, che si rivelerà poi molto importante, fu la
scoperta del supermercato. La
Anderson Clayton, dopo due
notti di albergo, mi sistemò in una tipica casa
americana alla periferia di Houston con un danese e due
svedesi, anch'essi in America per "imparare i cotoni".
Subito, la prima sera, mi portarono a vedere questo
negozio, nuovo anche per loro, poiché in tutta Europa
non esisteva ancora nulla del genere, ed anche per
l'America era una novità: il supermarket.
Solo sei anni dopo avrei avuto
l'opportunità di' partecipare alla fondazione della Supermarkets Italiani Spa, sapendo di che cosa si
trattava.
Tornai in Europa col Queen
Elizabeth, il più grande transatlantico di allora,
83.000 tonnellate, ed arrivai in una Parigi nera - Andre
Malraux, ministro della Cultura, inizierà a lavarla
solo dieci anni dopo - e buia. Dopo lo scintillio
dell'America, mi si strinse il cuore, ti taxi era una
vecchia Citroen traction avant disegnata da Andre
Citroen all'inizio degli anni '30. Non ci stavano
neppure le valigie.
Dopo il Natale ad Albiate ed il
Capodanno a Cortina, il 2 gennaio 19.52, alle 7 del
mattino, feci il mio ingresso nell'azienda di famiglia,
più precisamente nella tessitura di Macherio ed iniziai
la mia vita di lavoro. Lì, proprio lì, Esselunga ha
appena aperto uno stupendo superstore, opera dell'amico
Gigi Caccia Dominioni.
Sei mesi più tardi, con
l'improvvisa e tragica perdita di mio padre, dovetti,
pur nell'immenso dolore, affrontare il primo ostacolo
della vita. A 26 anni mi trovavo alla testa di
un'azienda in piena evoluzione. Ma superati i primi due
anni di affanni e di grandi timori, raccoglievo, ed era
un gran privilegio, il successo di mio papà alla guida
della vecchia, rinomata ditta, ormai divenuta
modernissima. I timori cessarono, rimasero gli affanni.
Così passai quegli anni nel
tessile. Dal 1952 al 1965. Poi le circostanze della vita
mi portarono lontano dal mio mondo d'origine e da tutto
ciò per cui avevo avuto una preparazione specifica.
Benché già allora il lavoro e
l'impresa avessero in me una posizione centrale,
conducevo una vita normale: di amici, di weekend al
Forte, a Parigi, l'inverno lo sci a Zermatt o a Davos. A
Milano qualche prima alla Scala, qualche cocktail e
molto "Piccolo Bar", insomma una vita normale.
Solo più tardi il mio ritmo
cambiò. E se devo ringraziare Dio dall'avermi distolto
dal cotone, posso anche asserire che quel successo che
oggi, ormai, mi si attribuisce è frutto di un impegno
totalizzante che ha comportato se non dei sacrifici - i
sacrifici sono ben altra cosa - certamente molte
rinunce. Il primo addio fu allo sci, mi piaceva tanto...
Ma il lavoro del sabato me lo rese impossibile per
troppi anni, fino ad una rassegnata definitiva rinuncia.
E così via via mi negai forse troppi interessi, con
eccessivo sacrificio anche dei miei familiari.
Pur abitando a 200 metri dalla
Scala e disponendo da sempre di un palco in "Turno A e
prime", dal quale, nel maggio del '46, avevo assistito
coi mici genitori al concerto di Toscanini per la
riapertura del teatro, non ci misi più piede. Quante
volte mia madre mi diceva: «Vieni, domani c'è la
Callas». Mai sentita né vista la Callas dal vivo. La
musica comporta una partecipazione ed un apporto
personale: non si può ascoltare la musica nel vuoto
della stanchezza. Nel 1957 si presentò un'opportunità
che, qualche
anno dopo, avrebbe cambiato la mia vita. Il merito fu di
Marco Brunelli, scaltro uomo d'affari, poi mio
avversario. Mio fratello Guido e Brunelli, a Saint
Moritz per il weekend, avevano sentito casualmente, nei
saloni dell'hotel Palace, i due fratelli Brustio
(entrambi al top della Rinascente, Micio Borletti
essendone presidente) discutere del fatto che certi
americani avevano loro proposto di entrare in società
con Nelson Rockefeller per aprire dei superrnercati in
Italia. Naturalmente, loro - erano la Rinascente! -
volevano avere la maggioranza. Essendo gente dì
provincia, non sapevano che mister Rockefeller era un
nipote di quel signore che aveva, si può dire, inventato
il petrolio, il fondatore della Standard Oil, la Esso5.
Per chi fosse stato in America ed avesse visto anche
solo il Rockefeller Center, poteva far sorridere il
pensiero di volersi associare a quel signore pretendendo
la maggioranza.
Ci sostituimmo alla Rinascente
accettando d'essere minoranza. Brunelli mise assieme i
Caprotti, industriali tessili della Brianza (ero l'unico
che parlava l'inglese, ma più di questa gran qualità non
avevo) col 18%, i Crespi, proprietari del Corriere
della Sera, col 16%, se stesso col 10%; inoltre la
principessa Laetitia Boncompagni Pecci Blunt, cara amica
di Nelson Rockefeller, e l'amministratore dei Crespi,
Franco Bettolini, con partecipazioni minori.
Rockefeller deteneva il 51%, la
nostra compagine il restante 49. Brunelli era
presidente, io vice, mentre era americano il management.
Da loro, in Consiglio d'amministrazione, imparai che
cos'è la democrazia. Ci riunivamo forse due volte al
mese e non c'era decisione che la maggioranza prendesse
senza convocare e consultare la minoranza. Noi fummo
coinvolti dagli americani in ogni scelta, anche la meno
importante.
La Supermarkets Italiani Spa fu
fondata il 13 aprile 1957 ed il primo negozio, sotto
l'insegna Supermarket, fu aperto nel novembre di quello
stesso anno a Milano, in viale Regina Giovanna.
Il punto di vendita era pronto
dall'estate, ma gli americani non si decidevano ad
aprirlo. Noi insistevamo con Richard Boogaart,
amministratore delegato e vero motore dell'impresa.
«Why don't you open it?»,
gli chiedevamo, perché non lo aprite? Perché non
era pronta la warehouse, il centro di
distribuzione, rispondeva.
5
II nonno, John D. Rockefeller, era stato uno dei grandi
tycoon, cioè uno di quegli imprenditori che, tra fine
'800 e inizi '900, rifondarono il capitalismo americano:
Ford l'automobile, Carnegie l'acciaio, Morgan la
finanza, Vanderbilt le ferrovie. Erano quelli anche gli
anni nei quali l'America, soprattutto Chicago,
inventava l'architettura moderna. Otis progettava
l'ascensore. Singer la macchina da cucire e Thomas
Edison illuminava il mondo. Edison e Ford erano
grandi amici.
Era un negozietto di 500 metri
quadrati di vendita, gli articoli erano forse duemila,
una cosa minuscola; ma senza il centro di distribuzione
non si poteva operare. Lì c'era in nuce tutto il modello
di business come noi lo intendiamo.
Ci vollero quattro anni per
aprire cinque o sei supermarket a Milano; e nel
febbraio del 1961 il primo a Firenze.
Nel 1960 si scatenò una serie
di offerte per comprare il 51% dei Rockefeller. Anche
Brunelli, che nel frattempo, pur essendo socio e
presidente della Supermarkets Italiani, aveva fondato La
Romana Supermarket - ora GS - fece un'offerta agli
americani. Già infastidito com'ero per La Romana, questo
atto mi disturbò proprio moltissimo. Rilanciammo con una
controfferta ultimativa: cinque milioni di dollari per
una piantina, un seme, un niente. E comprammo la loro
quota per questa somma tremenda. Un affarone per gli
americani, che però avevano raggiunto anche un altro
degli intenti di Nelson Rockefeller, il repubblicano liberal: quello di diffondere il germe della
modernizzazione in un Paese in via di sviluppo. La sua
società, quotata allo Stock Exchange di New York, si
chiamava IBEC, International Basic Economy Corporation:
compagnia per l'economia di base.
La trattativa per l'acquisto
del 51% iniziò nel luglio del '60 per chiudersi nel
febbraio del '61, all'UBS, l'Union des Banques
Suisses, di Ginevra e poi davanti al console italiano
Alessandro Pietromarchi. Era una cosa ufficiale. A
Ginevra stavano i legali di Rockefeller e là erano
depositati i titoli azionari oggetto della transazione.
Andai a Ginevra in treno e nel
portafoglio avevo un assegno di 4 milioni di dollari
tratto sulla Banca del Gottardo, l'istituto svizzero del
Banco Ambrosiano. Lo avevo ricevuto dalle mani di
Roberto Calvi, all'epoca segretario dì Carlo Canesi,
presidente dell'Ambrosiano. Banca fantastica a quei
tempi, la vera banca di famiglia, poi trascinata in un
disastro.
La compravendita con gli
americani aveva comportato un contratto di management
della durata di cinque anni con il pagamento dilazionato
dell'ultimo milione e con royalties sugli utili,
a carico della Supermarkets ed a favore di IBEC. Questo
assicurava ai venditori che noi non avremmo fatto fare
una brutta figura a Rockefeller, allora governatore
dello Stato di New York - poi vicepresidente degli Stati
Uniti - ed a noi la conduzione dell'azienda, almeno per
un primo periodo.
Le cose girarono diversamente.
A tre mesi dalla conclusione del contratto, nella
primavera del 1961, Richard Boogaart, come già detto
motore di tutta l'iniziativa, fu richiamato in patria
per essere spedito in Argentina. Lo sostituirono con una
pallida figura che condusse l'azienda nel niente. Gli
utili e le conseguenti royalties venivano
gonfiati. Nessun piano di sviluppo venne più messo in
cantiere ed io iniziai a reclamare con IBEC.
Così, nel 1963, in
un'estenuante trattativa condotta a Ginevra, imparai il
verbo disassociate. Ci lasciammo, ma la pallida
figura ed altri funzionari italiani rimasero: non c'era
altro management. Finché nel luglio del '65, messo in
guardia dal dottor Franco Villa, direttore
amministrativo ed amabile consigliere per tanti anni,
circa lo stato di abbandono in cui sì trovava l'azienda,
non fui costretto ad assumere la carica di
amministratore delegato. Di distribuzione sapevo poco o
nulla, ma consideravo il mio impegno personale una
soluzione provvisoria.
Ero lontano dal!'immaginare che
nel giro di uno o due anni sarei stato colpito dal
bacillo del retail. Una sera, pranzando con mia
madre, ricordo che le dissi - emozionato - che non sarei
mai più tornato ad Albiate alla Manifattura. Il nuovo
business era molto più dinamico, molto più coinvolgente,
assai più del tessile, e ben più di quanto non avessi
mai pensato.
Quella seconda metà degli anni
'60, i primi della mia guida, si svolsero nel trantran
quotidiano di un'azienda molto piccola. Ogni mattino ci
incontravamo tutti alle 7 in un negozio diverso per poi
separarci: chi andava per negozi, chi in ufficio, chi
nei cantieri. Il pomeriggio lo trascorrevo
prevalentemente nei negozi o andando in giro a cercare
ubicazioni per nuove aperture.
Se gli americani avevano dato
la prima piega, stabilendo quei pochi ma inviolabili
principi sui quali sì fonda ancor oggi la nostra
affermazione, io penso che la seconda fu data da quegli
anni dì straordinaria dedizione, nei quali si consolidò
un grande senso di appartenenza, di colleganza, di
autentica amicizia.
Se però noi avevamo acquistato
il 51% della IBEC e la partecipazione minoritaria di
Laetitia Boncompagni, Brunelli aveva comprato il resto,
raccogliendo così oltre il 29% del capitale sociale. Non
mancarono i contrasti e bello sarebbe raccontare come si
svolse e si spense l'assistenza del nostro legale, il
preclaro Adolfo Tino; o l'exploit del giovane Guido
Rossi, per breve tempo consigliere di amministrazione
della Superrnarkets Italiani per conto di Brunelli. Ma
questa sarebbe un'altra storia, una storia che ci
porterebbe a La Centrale Finanziaria Generale, a Michele
Sindona, al grande Carlo Bombieri, amministratore
delegato della Banca Commerciale Italiana e ultimo
banchiere, al mitico Charles Fitzmorris6, ai
Sainsbury, la cui frequentazione avrebbe aperto nuove
visioni al nostro modo di condurre il business.
È una storia che forse, se Dio
me ne darà voglia e tempo, potrei anche scrivere.
Ma questa non è la storia di
Capretti e neppure la storia di Esselunga. Questa è una
storia di cassa e martello, perché e della cassa che qua
dobbiamo parlare. Una cosa che un tempo era onesta e
dichiarata, alla luce del sole. Era quasi bello, in
occasione delle elezioni, leggere sul Corriere
che Achille Occhietto, il segretario del "Partito",
faceva visita ai "suoi" ipermercati dell'Emilia...
Trattandosi dunque qui dì
questa storia e non di altro, devo ancora abusare
dell'altrui pazienta nel riferire la straordinaria
esperienza fatta coi sindacati - più particolarmente con
CGIL - ed i miei primi contatti con Coop.
6
Solo per chi volesse meglio capire gli accadimenti del
1989-1990 e delle forze che ci eravamo costituiti quasi
inconsapevolmente in quei due decenni, mi dilungo in
questa nota.
Charlie era un gentiluomo di
Chicago, con un tocco di classe e un buon francese, che
nel nebbioso dicembre del 1970 scese fortunosamente -
era amico di amici - dal cielo e cambiò la nostra vita.
Charlie Fitzmorris aveva
venduto la sua catena di supermercati a Burlington Iowa,
ma s'era tenuto la proprietà dei sistemi informatici che
là, nel suo business, aveva inventato. Erano la
quintessenza del pragmatismo. Erano stati concepiti, per
così dire, dal di sotto, dagli utilizzatori, non da
informatici puri. Erano fantastici e lo sono ancora.
Voleva venderli e noi, per l'Italia, li acquistammo in
esclusiva. E questi li pagammo. Ma lui si portava dietro
anche una pacchetto di conoscenze, di expertise,
che volentieri ci trasmise, subito e poi nel corso degli
anni, grazie a una simpatia reciproca dalla quale nacque
una grande, grandissima amicizia.
Ciò favorì enormemente le
nostre tendenze all'innovazione, ci evitò i madornali
errori che vedevamo compiere da altri, e ci consentì
quel salto in avanti che ci avrebbe poi salvato.
Informatica, logistica, magazzini di stoccaggio e
distribuzione, accesso e collaborazione con aziende
allora avanzatissime in California, Illinois e upstate
New York, furono i propellenti che consentirono la
nostra riscossa dell'89-90. Quando, senza saperlo,
eravamo diventati forti.
I nostri già eccellenti
rapporti con IBM, grazie a Charlie si intensificarono e
ci portarono alla sperimentazione dell'uso dei codici a
barre ben prima che questa tecnologia trovasse
applicazione in Italia. L'America era ai primi
balbettii; ma noi già nel gennaio del 1977 eravamo con
IBM in California e a Chicago. Era importantissimo: non
aver più la costrizione di prezzare ogni singolo
prodotto nell'atto di rifornimento dello scaffale era di
un'importanza paramount. A parte il resto.
Nei primi anni '80 installammo
con IBM le loro casse con lettore laser in sei negozi,
quando il codice a barre nazionale era di là da venire.
Ce lo facemmo interno. E applicavamo ai prodotti
un'etichetta col codice a barre fatto in casa, anziché
l'etichetta col prezzo. Per sperimentare,
Poi quando, come si dirà più
avanti, la codifica sui prodotti man mano e per merito
nostro arrivava - bisognava imperla a fornitori
riluttanti - ogni sabato Rino Orenti, per tanti anni
capo dell'informatica, veniva da me per darmi i dati
della percentuale dei "pezzi" codificati consegnati ai
negozi nella settimana!
Anche nella progettazione dei
magazzini, Fitzmorris fu determinante. Abbiamo appena
inaugurato in Piemonte il più grande (dei nostri) mai
realizzato, ed è come il primo, del 1972-1973, che da
Charles Fitzmorris aveva avuto una piega essenziale. II
magazzino automatico cui si accennerà in seguito e
coerente e figlio di questi.
Charlie fu fondamentale anche
nei rapporti internazionali. Conoscemmo persone di
rilievo, americane o giapponesi non importa, importante
fu aprirsi.
Sul piano personale gli
debbo molto, anche la mia conoscenza di Chicago, the
windy city, metropoli stupenda, di architetture, di
archeologie industriali, di pinacoteche stupefacenti. Ci
andammo non so quante volte e io ne ho una grande
nostalgia: niente è più americano di quella grande,
potente città.
Per una miglior comprensione
degli eventi, va forse aggiunto che in quegli anni
(1971-1990) la nostra espansione era arrivata pressoché
allo stallo. Per quattro anni di fila non aprimmo un
solo negozio. Avere i permessi era durissimo. Iniziò
anche l'era delle tangenti, che noi mai pagammo.
Dall'altro lato, l'aumento dei costi e delle
inefficienze ci spingeva ad investire quel poco cash
flow che ci rimaneva in tecnologie, impianti,
attrezzature che ci aiutassero a contenere tale aumento.
Facevamo tutto ciò senza un piano preordinato, senza una
strategia. Anzi, si viveva alla giornata, tutto quello
che si poteva fare era cercare di salvarsi.
Ma il risultato fu che, al
dunque, l'azienda pur piccola e sfiancata, era veramente
robusta ed efficiente. Al momento buono rispose, lei si,
in modo formidabile. Formidabili quegli anni.
SUICIDIO DI UN
BOOM
Agli inizi degli anni '60,
sull'onda di un troppo repentino benessere, il clima del
Paese cambiò.
Iniziò da un lato il grande
sperpero, dall'altro ci toccò subire la
nazionalizzazione dell'energia elettrica con tutte le
sue ricadute7, fino ad arrivare alle
"convergenze parallele" e ad altre fumose invenzioni di
Aldo Moro. Il "miracolo economico" italiano induceva
politici impreparati a ritenere che le risorse fossero
inesauribili.
I primi pesanti sussulti
sindacali, particolarmente nell'industria, iniziarono
nel 1960 col cosiddetto "premio di produzione".
Nell'industria cotoniera - mi
si consenta un flashback sulla Manifattura Caprotti -
il "contratto di lavoro" era vigente, ed io vedevo
questa richiesta, rivolta ad un limitato numero di
aziende (Mazzonis a Torino, Capretti in Brianza, Cantoni
nella zona di Busto Arsizio e Cotorossi a Vicenza), come
una violazione dei patti sottoscritti.
Si vociferava, a Macherio come
ad Albiate, di una "occupazione" degli stabilimenti. Il
21 settembre 1960 fui ricevuto in Prefettura a Milano,
ove il rappresentante del governo in persona, Vicari, mi
mise in guardia: dovevo cedere - fu questo il succo del
suo discorso - perché il governo proteggeva i "deboli",
ed in caso di un'occupazione degli stabilimenti le forze
dell'ordine non sarebbero intervenute. Mi disse
bonariamente: «Lei i soldi li ha: li dia». Ero avvisato.
Potevo solo piegarmi.
Feci allora presente a Vicari
che sarebbero saliti i costi, e conseguentemente i
prezzi. Ma questo lasciò il prefetto nell'assoluta
indifferenza. La sua preparazione "economica" era quella
del Paese: nulla. Era il 1960 ed era l'inizio
dell'inflazione.
Ma questo sarebbe stato ancora
niente. Nel corso degli anni '60 il clima andò
surriscaldandosi e con lo scoppio del '68, prima a
Berkeley e poi a Parigi, cominciò una fase di turbolenza
che in Italia divenne ben presto permanente. Si entrò
nell'era della sommossa continua, coi rituali cortei del
sabato in città, col lancio dei cubetti di porfido e dei
bulloni. E con le "occupazioni" e gli "espropri
proletari".
Un venerdì pomeriggio, fine
anni '60, nel timore dì un'invasione dei supermercati
per il sabato, il nostro grande penalista Antonio Bana
mi condusse dal comandante dei Carabinieri della piazza
di Milano, in via Moscova.
L'ufficiale dell'Arma fu molto
gentile ed elegante. Gli esposi il nostro caso e mi
assicurò che avremmo avuto un'attenzione discreta. Cioè
nei limiti del consentito. Perché, mi disse, «sono
duemila in questa città, e li conosciamo tutti. Potremmo
mettere ordine in un paio d'ore, ma...». Ministro
dell'Interno era il democristiano Paolo Emilio Taviani.
7
Ancor oggi, l'energia in Italia è la più cara di tutto
il mondo industrializzato.
Sebbene fossero anni di
continue agitazioni, il sindacato non aveva ancora quei
poteri che lo "Statuto dei lavoratori" gli avrebbe
conferito di li a poco. Questa legge entrò in vigore nel
maggio del 1970 e cambiò, per cosi dire, il panorama
lavorativo del Paese.
Ai sindacati fu dato uno
straordinario potere di rappresentanza, a cominciare dal
diritto di convocare in qualsiasi momento dell'orario di
lavoro, cioè - nel nostro caso - di apertura dei negozi,
l'"assemblea dei lavoratori" e questo divenne, qui da
noi, una delle consuetudini più praticate.
II supermercato era aperto,
c'erano i clienti, l'assemblea veniva strumentalmente
convocata e si teneva nella sala di vendita.
Un'incredibile bagarre.
La stessa cosa accadeva nei
nostri magazzini centrali, col risultato che la merce
nei negozi mancava sistematicamente. Al mattino alle 7
ci riunivamo sempre, ed lino dei compiti degli
"ispettori alle vendite" era di assegnare il numero dei
colli da destinarsi a ciascun negozio, poiché il volume
totale era contingentato. Ma gli scaffali rimanevano
spesso vuoti e così, per renderli meno bui e tristi io
ideai il fondo di plastica bianca, esistente ancor oggi
senza che nessuno sappia più il perché.
Per due anni sospendemmo ogni
tipo di pubblicità, poiché nei negozi mancava
costantemente la merce. Siccome la contestazione era
permanente ed ogni contestatore rappresentava un caso a
sé, era più il tempo che il direttore di negozio perdeva
a tentare di dirimere faccende di cui sapeva ben poco di
quello che passava a dirigere il negozio. Avrebbe dovuto
essere un avvocato.
E così, per cercare di dargli
un sostegno, istituii il "servizio del personale di
rete", cioè affiancai ad ogni ispettore - che da noi
guida sette o otto negozi - uno Specialista del
personale che potesse occuparsi delle problematiche
create da questo clima di conflittualità sindacale
permanente.
Il disordine tuttavia raggiunse
livelli parossistici. Il grado di efficienza continuava
a scendere, talché alla mattina alle 7 era una litania.
La gente lavorava sempre meno e la richiesta di nuove
assunzioni divenne costante. Due cassiere qua, un
addetto là. Coloro che avrebbero dovuto dirigere,
segnatamente il direttore della rete di vendita e gli
ispettori, erano come inebetiti, privati di ogni
facoltà di operare, di fare il loro lavoro.
Così l'azienda, nel suo
tentativo di ammansire la belva, iniziò a cedere e
concedere. Era cominciata l'epoca dei cosiddetti
"contratti integrativi aziendali'', aggiuntisi negli
anni 70 al "contratto collettivo nazionale di lavoro".
Allo scadere di ogni triennio, il sindacato presentava
le sue richieste - la famosa "piattaforma" - e le
supportava con opprimenti quanto mutili "agitazioni".
Seguivano estenuanti trattative, finché non si
arrivava, dopo parecchi mesi e dopo notti e notti di
discussioni, al cosiddetto "accordo". Nessuna intesa
venne mai siglata prima delle quattro del mattino. Era
un rito. Il primo "accordo" fu nel 1971, e non lasciò un
gran segno. Il secondo, nel 1974, comportò soltanto un
aumento del costo orario del lavoro.
Ma fu nel 1978 che, sotto la
terribile pressione di scioperi ed "agitazioni",
l'azienda si piegò e concesse, unica nella distribuzione
italiana, il lavoro a turni. Questo significava che una
squadra di lavoratori operava soltanto al mattino ed
un'altra soltanto al pomeriggio, come in uno
stabilimento industriale. i negozi però erano chiusi
per gran parte della presenza dei lavoratori medesimi.
In altre parole, gli addetti c'erano, ma il negozio, il
nostro impianto, era chiuso, fermo. E le conseguenze
economiche non potevano che essere catastrofiche.
Devastanti.
Infatti la legge sul commercio
del 1971, la 426, vietava un'apertura dei negozi
superiore alle otto ore giornaliere. Conseguentemente i
negozi erano aperti quattro ore al mattino e quattro al
pomeriggio (a Milano, per esempio, l'orario era
8.30-12.30 e 15.30-19.30). Come se non bastasse, questa
divisione del lavoro in
due turni comportò anche un aumento del personale
occupato.
Un esempio rende la cosa di più
facile comprensione: se a Milano, in viale Zara, abbiamo
80 addetti, dividendoli in due turni, diventano 40
addetti per turno; ma con 40 addetti, nelle ore
di apertura, non si coprono i servizi del negozio, né le
casse, né il rifornimento, né il resto. E così gli
organici dovettero essere aumentati del 20%,
Tuttavia, in presenza di
continue pesanti agitazioni, nel 1985, con un nuovo
"contratto integrativo aziendale", fu accordata la
riduzione dell'orario di lavoro settimanale da 40 ore a
37 e mezzo, a parità di retribuzione, con l'obiettivo
già fissato di scendere dopo tre anni a 36. Ma tutto
questo non valse a placare chi conduceva il gioco.
Anzi.
Bisogna considerare che
scioperi, agitazioni, picchetti ed assemblee causavano
generalmente la chiusura dei negozi con un danno enorme
per l'azienda, non tanto per le mancate vendite, quanto
per il disavviamento. Alla seconda o alla terza volta il
cliente, più spesso la cliente magari anche impaurita,
era da considerarsi perduta: non l'avremmo più rivista.
Vale la pena di riferire un
episodio che esemplifica la situazione cui si era
arrivati.
Il 7 ottobre 1976 venne indetta
un'assemblea - magazzini ed uffici - nella sede centrale
di Limito. Non tutto il personale degli uffici aderì ed
allora una dozzina di mascambrones, come poi li
avrebbe chiamati per anni il direttore del personale,
dottor Roberto Delzotto, irruppe nei vari uffici
pretendendo che tutti lasciassero il proprio posto di
lavoro per andare in assemblea. Quest'irruzione arrivò
fino alla segreteria di direzione e al mio stesso
ufficio. Le segretarie venivano pesantemente insultate.
Il gruppo di mascambrones
era capeggiato da un certo Bulgari, un facchino che
lavorava nel magazzino dei formaggi, il quale urlava
come un ossesso: «Libertà è aderire alla maggioranza».
Questo è ciò che era stato instillato nel suo cervello.
Però la cosa mi fece orrore perche io ricordavo quel
pazzo che dal balcone di piazza Venezia urlava: «Chi
non è con noi è contro di noi».
Soltanto l'intervento di
Ferdinando Schiavoni, del quale più avanti dirò, mi
salvò dallo scontro fisico. Costoro se ne andarono ma
non tutto il personale degli uffici uscì e così vennero
dichiarati due giorni di sciopero dell'intero centro e
tutti i negozi rimasero per più giorni senza mercé.
In Toscana, la situazione
arrivò ad essere anche più tesa. Basti qui ricordare
l'episodio avvenuto nel negozio dell'Argingrosso, nel
dicembre del 1976, quando un gruppo di sindacalisti
prese a gettare a terra tutti Ì prodotti che stavano
sugli scaffali. Nel parapiglia, in sette circondarono il
direttore, Gianfranco Vannini, il quale, spintonato ed
insultato, cadde a terra colto da un ictus. Non morì, ma
fu rovinato per la vita.
E si arrivò all'episodio dei
"chiodi", anni '80. I "chiodi" in realtà erano composti
da due triangoli di ferro dalle punte acuminate,
incrociati fra loro e saldati in modo tale che avessero
sempre una punta rivolta verso l'alto (allegato 1).
Erano autentiche armi da guerriglia urbana,
Venivano gettati davanti all'uscita del magazzino
centrale di Firenze per squarciare le gomme dei nostri
camion. Un autista che era riuscito a passare
ugualmente fu inseguito e sorpassato sull'autostrada Firenze-mare. Dall'abitacolo dell'auto che lo aveva
superato, furono lanciati questi "chiodi", che
provocarono lo scoppio di una gomma. L'autotreno sbandò
paurosamente, finendo contro il guard-rail: il
guidatore si salvò per miracolo.
In questo quadro di estrema
sofferenza, l'azienda stava ormai spegnendosi. I
risultati di bilancio tendevano allo zero, la situazione
si faceva pericolosa in quanto agli "amministratori" non
era consentito di amministrare, ma tutti gli oneri e le
responsabilità stavano in capo a loro, a me.
Venne il 1988. Ed i sindacati
ci presentarono una nuova assurda "piattaforma", con la
richiesta di scendere a 36 ore di lavoro e di ulteriori
aumenti salariali. Il nostro costo del lavoro, per tutto
quanto sopra descritto, era già del 25% superiore a
quello dei concorrenti.
Nel 1987 il vecchio direttore
del personale s'era dimesso ed il suo posto era stato
coperto dal gagliardo dottor Delzotto. Nella
circostanza, gli dissi: «Piattaforma un cazzo.
Presentiamo noi la nostra "piattaforma", rimettiamo
tutto a zero». Demmo battaglia ed il signor Paolo De Gennis, oggi vicepresidente, mi ricorda che io dissi a
Delzotto: «Sarà un bagno di sangue». Nell'ottobre dì
quello stesso 1988 annunciammo 904 "esuberi", cioè
decidemmo - conti alla mano - che 904 persone (su 5.684)
erano di troppo. Si scatenò una lotta senza quartiere.
Nel marzo 1989 pubblicammo un
annuncio a doppia pagina sui maggiori quotidiani,
denunciando alla pubblica opinione gli incredibili
episodi coi quali pretestuosamente le maestranze
venivano tenute in uno stato di perenne "agitazione".
Questo produsse un grande consenso tra i nostri clienti.
Già all'inizio della "vertenza"
avevamo deciso che non ci saremmo più piegati agli
scioperi. I nostri negozi sarebbero stati sempre
aperti. Ci saremmo opposti in ogni modo al
picchettaggio. E subito, con nostra sorpresa, dovemmo
constatare che buona parte del personale,
particolarmente in Lombardia, "entrava", cioè entrava a
lavorare, superando insulti e picchetti.
Nell'affrontare finalmente lo
scontro, per duro che potesse essere, non avevamo messo
in conto quattro cose.
Primo: tutti i "capi" e buona
parte del personale erano esasperati e stufi di essere
sbeffeggiati.
Secondo: nel 1988 era entrato
in funzione a Limito un magazzino automatico, allora
unico in Europa nel nostro settore, che si rivelò
un'arma decisiva.
Terzo: avevamo finito di
installare in tutti i negozi le casse coi lettori di
codici a barre, non occorreva più digitare i prezzi e
chiunque poteva stare alla cassa.
Quarto: coi prodotti ormai
codificati, il rifornimento in negozio diventava
spedito. Invece, prima, ogni singolo pezzo (milioni di
pezzi) doveva essere prezzato manualmente per essere
posto in vendita.
I nostri negozi rimasero sempre
aperti, i sindacalisti non riuscirono più a impedircene
l'apertura. Fummo trascinati in tribunale con decine di
cause per "comportamento antisindacale", un reato di
invenzione italiana. Ebbero poco successo.
Fu una lotta disperata, una
lotta per la vita, che durò oltre tre anni.
L'organico fu gradualmente
ridotto di 1.064 persone, cioè il 20% della forza
lavoro.
Con gli "accordi" del dicembre
1991 a Milano e del gennaio 1992 a Firenze, siglammo la
resa, ma questa volta eravamo dall'altra parte del
tavolo, con:
A) il congelamento
dell'orario di lavoro a 37 ore e mezzo e l'annullamento
dell'ulteriore riduzione prevista;
B) l'aumento della
flessibilità degli orari di lavoro;
C) l'ampliamento del
turno notturno nei magazzini centrali;
D) l'azzeramento del
contenzioso legale. Riprendemmo cosi il controllo della
rete di vendita e dei depositi. Avevamo salvato
l'azienda.
Tutti i nostri sindacalisti
interni se ne andarono. Alcuni fecero una brillante
carriera nel sindacato, uno è addirittura "nazionale".
Nessuno per ora è diventato ministro. Tempo al tempo.
Alla fine del tormentone, andai
a Firenze. Come d'abitudine visitai diversi negozi. Fui
accolto calorosamente da molta gente. Mi sentii dire
grazie. Erano contenti: avevano riacquistato la libertà
dì lavorare.
Vorrei chiudere questa fosca,
lunga carrellata su oltre vent'anni di tormento, con un
riconoscimento. Un signore importante, il dottor
Ferdinando Schiavoni, che per tantissimi anni, dal 1957
al 1990, fu con me al vertice dell'azienda, aveva del
nostro caso un'opinione "diversa". Schiavoni era una
persona molto particolare. Grande cacciatore d'Africa -
dell'Africa, oltre che degli inglesi, era innamorato -
del cacciatore aveva il fiuto, l'istinto. Ed un coraggio
leggendario.
In quegli anni in cui la
pressione, l'aggressione dei sindacati si fece
insopportabile, segnatamente in Toscana, lui mi disse
non so quante volte: «È la Coop!». Ed io lo zittivo,
talvolta anche con sufficienza, era una cosa che mi
rifiutavo addirittura di immaginare.
Devo attribuire a Schiavoni
molti meriti. Ad esempio: nel 1977 Francesco Colucci,
presidente dell'Unione Commercianti di Milano e poi
presidente di Confcommercio, si era appropriato del
progetto del codice a barre in Italia e lo teneva
volutamente fermo. Ai commercianti, agli ambulanti non
solo non interessava, anzi la sua attuazione avrebbe
dato vantaggi competitivi alla "grande distribuzione".
Schiavoni, essendo vicepresidente di Confcommercio,
trasse il progetto dalla scrivania di Colucci e
contribuì a fondare ed a promuovere attivamente
l'INDICOD, l'Istituto Nazionale per la Diffusione della
Codifica dei Prodotti, che assegna il codice ad ogni
prodotto italiano.
Nei primi anni '80, Schiavoni
aveva lavorato assiduamente col compianto ministro
Giovanni Marcora per liberalizzare gli orari dì apertura
degli esercizi commerciali. La legge, che costringeva
l'attività alle 8 ore giornaliere ed alle 44 ore
settimanali massime di apertura, venne diversamente
interpretata e se da anni siamo aperti dalle 8 del
mattino alle 9 di sera, lo si deve a Marcora ed a
Schiavoni. Schiavoni ci salvò da un sicuro disastro e,
più ancora che noi, salvò gli ipermercati.
Forse gli dobbiamo anche il
credito del suo pensiero "anti sindacale" di allora.
Oggi, mettendo insieme un po' tutto, vecchio e recente,
diventa difficile non dargli ragione. Infatti, alla
luce di quanto sperimentato - o, meglio, subito - in
questi ultimissimi anni, guardando a fatti lontani come
in un cannocchiale rovesciato, le cose si compattano, ed
assumono un significato preciso.
Carlo Olmini, uomo di Legacoop
in Lombardia, insisteva, come sì vedrà fra poche
pagine, affinché Esselunga facesse pubblicità sull'Unità.
Turiddo Campami, da sempre
presidente di Unicoop Firenze, dichiara ora che, per
causa nostra, proprio in quegli anni '60 e '70 passava
notti insonni.
Guardando un po' più da vicino
i curricula di costoro, si constata come tutti - ma
proprio tutti - passino sistematicamente da una
"parrocchia" all'altra della stessa "chiesa". Partito,
sindacato, Coop, amministrazioni locali, Parlamento...
Una aggregazione ad alto potenziale.
La CGIL, il sindacato
comunista, durissima, sempre, con noi.
Le incredibili telefonate del
2005 sull'affare Unipol: Pierluigi chiama Pierluigi,
Piero chiama Gianni, Massimo chiama tutti.
Nel 2005, Unipol, attraverso un
prestigioso studio legale, si fa avanti per acquistare
Esselunga...
Aldo Soldi, presidente di tutte
le Cooperative di consumo, ci assedia, come da
incontrovertibile documentazione.
Ed ora, proprio ora, mentre
scriviamo, è in corso una "agitazione", come si vedrà
nell'ultimo episodio narrato più avanti.
A questo punto, una cosa credo
che si possa pacificamente affermare: sono tante le
parrocchie, ma una sola è la chiesa. E una sola è la
cassa. Cassa e martello.
8
Con l'autorizzazione del Conte Giannino Marzotto,
trascrivo qui di seguito la sua relazione sugli
accadimenti di Valdagno del 1968. Il testo è parte del
suo libro Così è o mi parve (Fucina editore, pag. 101 e
seguenti). Il capitolo s'intitola "Sciopero".
19 aprile 1968: due giorni dopo
che mio padre mi aveva nominato presidente e
consigliere delegato della Marzotto iniziarono a
Valdagno quelle azioni di guerriglia che trascinarono
guai ben più grandi. E vero che una azione sindacale
lascia uno stato di tensione, ma mai aveva raggiunto il
grado di teppismo che tutte le forze politiche,
amministrative e sindacali riconobbero.
La televisione diede ambio
rilievo agli episodi e mio padre, che era anche
indisposto, ne soffrì terribilmente e purtroppo questi
proseguirono sulla spirale della violenza. Erano allora
di moda i vietcong e lo sciopero veniva sostituito con
l'occupazione della fabbrica. I cosiddetti katanghesi,
armati di sbarre, presidiavano le fabbriche e imponevano
il comportamento più esagitato. Le azioni degli
estremisti portarono a rovesciare - di notte - monumenti
Onorati da lutti. Si cercò ogni possibile dialogo con i
sindacati» che però apparivano distratti rispetto al
problema locale, da ideologie di altra natura. Queste
mie note aiuteranno a comprendere il clima di quei
giorni: in realtà mi convinsi, o cosi mi parve, che i
lavoratori locali si aspettassero qualche ragionevole
risultato, non la luna del pozzo! Si sa: l'impresa che
guadagna continua, se perde chiude.
Essi erano tuttavia guidati dai
sindacati locali i quali erano in una sorta di conflitto
con i sindacati nazionali per via di riparti di quote
associative. Il Centro, diretto da Lama e Storti, aveva
conquistalo, non dico il potere, ma almeno la
televisione: non poco. E in realtà, puntavano più in
alto.
La milizia sindacale locale
aveva non pochi problemi: obbedienti perin de ac
cadaver o adesione agli interessi locali e immediati
degli operai? Per la CISL il problema era di non farsi
scavalcare a sinistra, per la CCIL conseguire una
vittoria strategica che superava i vantaggi locali. In
conclusione avemmo riunioni plenarie con rutti i
sindacalisti e le commissioni interne di tutte le
fabbriche: oltre cento persone!
Il clima era disteso finché
l'esponente della CGIL disse: «Lei presidente non
proponga nulla, perché noi conquisteremo tutto con la
lotta» Di fatto fu così. Continui cortei, saracinesche
abbassate per solidarietà, così dicevano i giornali
mentre i negozianti temevano per le vetrine»
volantinaggio e intimidazioni, i sindacati assunsero i
poteri, ma visto che non erano pronti a esercitarli, li
persero in pochi anni. L'economia nazionale affrontò una
politica di indebitamento pubblico sbalorditivo
inseguendo più le chimere che la realtà.
Ma osserviamo fugacemente la
cronaca nei dettagli. Furono convocate assemblee dei
lavoratori che erano dominate dalla violenze che non
lasciavano certamente spazio alla discussione. Le
fabbriche erano permanentemente occupate, la polizia
prudentemente assente, ma surrogata, almeno alla
domenica, da S.E. il Vescovo che celebrava messa sugli
spalti coperti di stendardi rossi. Credo che Pirelli e
Marzotto fossero gli obiettivi principali dei sindacati
perché considerati le bandiere del capitalismo
illuminato e umano: queste istituzioni si volevano
demolire o umiliare.
Infine la situazione precipitò.
Iniziò l'occupazione permanente delle fabbriche di
Valdagno e dintorni che durò circa ottanta giorni.
Questo, per motivi logistici, si concluse con l'arresto
di tutti gli impianti della Marzotto: perdere parecchie
centinaia di ore di lavoro individuale per poche decine
di lire all'ora - così si concluse - appare assurdo a
chi non fa politica. Vi fu perciò una serie
interminabile di incontri con persone tanto volonterose
quanto ininfluenti e il gran desiderio era - in certi
ambienti - che l'impresa di Stato, allora la Lanerossi
in perdita catastrofica, si surrogasse al paternalismo
efficiente dei Marzotto.
Naturalmente c'erano i ribelli
della maggioranza silenziosa. Ricordo qualche incontro
in cui la domanda, assai discreta, che mi ponevano era:
«Ma tu che comandi, cosa ci comandi?». La mia risposta,
altrettanto discreta, era: «Sono qui per organizzare una
impresa e non la controrivoluzione».
Ebbene, e per concludere
sorridendo, fu la prima e ultima volta nella mia vita
che mi fu assegnata una scorta armata. Avevo allora una
FIAT 1100 TV leggermente truccata e, quando partivo
dallo stabilimento, con quattro sgommate disperdevo le
scorte piuttosto innervosite. Facevo per tornare a casa
delle strade interne e mi fermavo anche talvolta nei bar
dei paesini a chiacchierare. Non ebbi mai paura anche
perché penso che se uno ha un ruolo deve affrontare con
serenità i rischi che questo comporta. Succede.
Alla fine intervennero tutti i
sindaci della vallate e, con una riunione notturna, si
pose termine allo scempio commesso. Nulla era stato
conquistato, ma si era affermato il principio che una
dura lotta porta vantaggi di potere. La stampa nazionale
esaltò la vittoria dei sindacati che, in realtà, non
avevano acquisito nulla.
PRIME AVVISAGLIE
II mio primo contatto con Coop
ebbe luogo nel 1966. Avevo assunto da pochi mesi la
carica dì amministratore delegato di Supermarkets
Italiani Spa, quando una conoscenza dimenticata, Carlo
Olmini, mi telefonò. Era di Carate Brianza e ci eravamo
conosciuti molto bene da ragazzi, soprattutto sul
tramway col quale da Carate e da Albiate, durante la
guerra, andavamo a Monza e da lì a Milano, Porta
Venezia. Era diventato un esponente del Partito
Comunista Italiano ed altissimo dirigente di Legacoop.
Io, a mia volta, ero diventato un concorrente di Coop
Lombardia e lui mi telefonava, chiaramente, per conto di
quella parrocchia.
Era un comunista molto
avanzato, quasi come quelli di oggi. Aveva sposato una
tedesca. Portava spesso dei maglioncini o dei girocolli
bianchi sotto un blazer blu. Era già allora un comunista
chic. Ci incontrammo parecchie volte. Era simpatico. Un
comunista di eccezione, che ti guardava dritto negli
occhi.
Dopo forse un paio d'anni di
incontri amichevoli, un giorno a Limito mi disse che
dovevamo fare la pubblicità sull'Unità. L'organo
del Partito Comunista Italiano tirava 150.000 copie ed
era letto da molti dei nostri clienti, sosteneva. E poi
tutti i concorrenti - Rinascente, SMA, Standa, eccetera
- la facevano. Gli risposi che noi non l'avremmo mai
fatta. E cosi dopo un po' di insistenze - c'era fra di
noi quella confidenza di quando ci sì conosce da ragazzi
- un bel giorno mi disse: «Bernardo, tu la pubblicità
sull'Unità non la fai, però, per favore, li
ricevi e glielo dici, cosi la smettono di rompermi le
palle».
Diedi loro un appuntamento qui
a Limito per -ricordo molto bene - un mercoledì.
Ma poi, proprio nel mercoledì prefissato, fu dichiarato
uno di quei begli scioperi generali che tanto hanno
contribuito al progresso del Paese. Lasciai le cose come
stavano. E siccome in quelle circostanze non era neppure
consentito entrare in sede, feci una cosa inusuale,
diversa: andai a caccia con mio fratello Guido a San
Bernardino, nella riserva dei Marelli.
Che cosa ne sarà stato di
quelli dell'Unità? Probabilmente vennero e
trovarono i picchetti, i fischietti, i fuochi, e tante
belle bandiere rosse. E forse pensarono che non era più
il caso. Io non ne seppi più niente perché Olmini aveva
appena lasciato per andare alla Camera quale deputato
del Partito Comunista Italiano, membro per diversi anni
della commissione industria e commercio (ed è in
commissione che si fanno le leggi, non in aula!).
Come esponente di Coop era un
esperto e certamente contribuì alla stesura della legge
426 del 1971, che fu chiamata "riforma del commercio".
Furono inventati i "nulla osta regionali", per ottenere
i quali occorreva passare al vaglio di commissioni in
cui sedevano di diritto ben tre rappresentanti
sindacali. Un ulteriore ostacolo al nostro sviluppo.
Ebbimo poi con Coop diversi
episodi premonitori di spiacevolezze a venire. Non ho le
prove, ed i testimoni sono scomparsi. Ma almeno uno si
può tranquillamente raccontare.
A metà degli anni '70 avevamo
acquistato nel centro di Pavia, alla Minerva,
l'importante proprietà ex Necchi e Campiglio. Per anni
non riuscimmo a porci mano. Finché il sindaco di Pavia,
un bel giorno, disse al nostro vicepresidente Schiavoni
che noi lì non avremmo mai potuto fare niente.
L'"operazione" andava ceduta a CCPL di Reggio Emilia.
Non sapevamo neppure che cosa fosse, la CCPL. Così
telefonai ad Achille Maramotti, l'imprenditore della Max
Mara, a Reggio, il quale mi spiegò che si trattava di
una cooperativa comunista; che era gente "a posto", ma
che lavorando con loro avrei lavorato per il "Partito".
Ci pensammo qualche giorno. Che cosa potevamo fare?
Avevamo pagato la proprietà a caro prezzo. A Pavia, alla
Minerva, è CCPL che ha realizzato il tutto e debbo
testimoniare che CCPL con noi si è poi comportata
correttamente.
Italianieuropei?
Quanto ho tentato sin qui di
riferire attiene a tempi lontani e ad un generico
malessere che però non sembrava minare le fondamenta
della libertà. Le forze in giuoco nel Paese erano
plurime e, fra queste, diverse costituite da
"democratici", fossero essi democratici cristiani,
socialdemocratici, o liberali e repubblicani che di
definirsi democratici non sentivano la necessità. Lo
erano.
A costoro si contrapponevano i
comunisti.
Oggi, in questo momento, il
potere è andato concentrandosi in un qualcosa che di
democratico non ha proprio il sapore. Anzi, per certi
versi, si rivela come un boa constrictor, che poi
soggioga gran parte della pubblica opinione, inclusi
onesti maìtres-à-penser.
Chi da questo boa constrictor
non sia appunto "costretto", proprio costretto nei
fatti, non riesce ad avvertire ti pericolo.
L'assedio, l'assalto di cui io
sono stato oggetto in questi anni recenti, mi induce a
testimoniare. Ecco il perché di questa mia denuncia. Io
la vivo come un dovere civile e come una manifestazione
di libertà.
Questo è il mio atto d'accusa,
la denuncia di fatti italiani che in una Italia
"europea" sono - secondo me - inammissibili. "Italianieuropei"9?
9
La fondazione, presieduta da Massimo D'Alema,
è nata nel 1998 con l'intenzione di costituire un punto
di riferimento autorevole all'interno della sinistra ma
anche di contribuire "alla selezione delle nuove classi
dirigenti nel campo della politica, dell'impresa,
dell'amministrazione pubblica e della cultura". Lo fa
organizzando incontri tematici e finanziando studi e
ricerche, poi diffuse attraverso proprie pubblicazioni.
E', insomma, centro e strumento di cultura politica.
Nel comitato scientifico,
presieduto da Giuliano Amato, figura tuttora Giorgio
Napolitano. La dirige Pier Carlo Padoan, uno degli
economisti che D'Alema portò con sé a Palazzo Chigi nel
1998, quando fu nominato presidente del Consiglio.
Nel Consiglio
d'amministrazione della fondazione siede Ivano Barberini,
figura storica della cooperazione per essere stato (dal
1979) presidente di ANCC, Associazione Nazionale
Cooperative di Consumatori, poi presidente di Legacoop
(dal 1996 al 2002). Né potrebbe essere diversamente, dal
momento che Legacoop è fra i "soci benemeriti" che
finanziano la fondazione, insieme con imprenditori quali
Carlo De Benedetti,Guidalberto Guidi, Francesco Micheli
e Vittorio Merloni.
IL MIO ATTO
D'ACCUSA
1.
MARIO ZUCCHELLI
E COOP ESTENSE
A Modena comanda Mario
Zucchelli. E non solo a Modena. A Modena c'è un'asta?
Un'asta per uno scampolo di terreno possedendo il quale
si blocca tutto un pezzo di città? Interviene Zucchelli.
In persona. E se si tratta di stoppare nella provincia
di Modena un progetto altrui, chi scrive al sindaco di
Vignola? Sempre Zucchelli. Zucchelli tiene Modena al
guinzaglio, come un cagnolino.
Zucchelli è attivissimo. Ma chi
è Zucchelli Mario? Nasce a Castelfranco Emilia (Modena)
nel 1946. Frequenta le scuole medie nel convitto dei
Salesiani a Bologna. Diplomatosi poi perito
elettrotecnico, si laurea in economia e commercio. A 28
anni, nel 1974, entra come impiegato amministrativo
nella Alleanza Cooperativa Modenese, della quale nel
1985 diventa presidente. Poi, alla fusione di Coop
Modena (nuovo nome) e Coop Ferrara, nel 1989 diventa
presidente di Coop Estense, la terza cooperativa di
supermercati in Italia.
Negli anni '90, Zucchelli porta
Coop Estense in Puglia. Dal primo ipermercato a Taranto
(1992), la proietta ad una grande espansione.
Nell'estate 2006, appena varata la legge Bersani per la
cosiddetta liberalizzazione della vendita dei farmaci,
nel giro di una settimana apre tre farmacie negli
ipermercati di Carpi, Bari e Ferrara. Fulmineo.
Zucchelli è presidente di Holmo,
la holding finanziaria delle Coop, e di Finsoe. Queste
due società rappresentano il vertice del sistema
economico cooperativo e controllano Unipol
Assicurazioni, in cui Zucchelli è consigliere
d'amministrazione. È anche consigliere di Pharmacoop, la
società di farmacie di Coop. Ricopre poi molte altre
cariche e presidenze nella galassia delle società Coop.
Cercheremo ora di vedere
Zucchelli più da vicino, sul suo territorio, ed
impareremo così come si fa il business.
Come imprenditori, noi abbiamo
cercato ispirazione in qualche grande che ci ha
preceduto, che so, Thomas Watson, fondatore di IBM ed
inventore dell'informatica, o Ferrero, quello della
Nutella. Ragazzi! La vera scuola di business sta a
Modena. Modena Business School.
Modena, La
Bruciala ovvero Grand'Emilia
Esiste a Modena, tra la città e
l'uscita dell'autostrada di Modena Nord, un enorme
centro commerciale, fiore all'occhiello della
distribuzione democratica. Infatti è stato battezzato
Grand'Emilia, benché venga più comunemente - e
propriamente - detto La Bruciata.
Come si realizza una cosa così?
Beh, intanto si prende in esame l'ubicazione, la
location, come dicono adesso: Modena Nord, la Via
Emilia, una viabilità progettata apposta per "servire",
per rendere ben accessibile il nuovo grande punto di
vendita.
E l'immobiliare? L'immobiliare,
quello che oggi chiamano real estate? Più bello
di così... Ci sono due proprietà contigue enormi: enormi
perché 78.000 metri quadrati di proprietà del Comune più
192.000 appartenenti ad un solo privato fanno 270.000
metri quadrati, una cosa proprio adatta a chi pianifica
in grande. E gli emiliani di Modena in grande pensano.
Ciò premesso, vediamo come si
può procedere. Il primo passo è la delibera del
Consiglio comunale del 2 dicembre 1985, con la quale
viene approvato il Piano del commercio della città di
Modena. Prevede tre centri commerciali sul territorio,
due poi destinati a Coop ed uno a Conad (associazione di
commercianti "democratici", anch'essa Legacoop). Uno di
essi, uno di quelli di Coop, andrà proprio alla
Bruciata, ove il Comune già è proprietario di un bel
terreno, come si è visto, ma assolutamente insufficiente
al compimento dei grandioso progetto.
Ecco perché, a rogito notaio
Enrico Osti di Castelfranco Emilia, il 9 marzo 1987 una
società di Ferrara a nome Secu, emanazione di Coop
Estense, acquista dalla signora Liliana Segre per un
miliardo e 100 milioni di lire (568.000 euro) il terreno
di 192.000 metri adiacente a quello del Comune,
anch'esso affacciato sulla Via Emilia. Amministratore
unico di Secu, all'epoca, era Giuseppe Bolognesi, che
oggi, solo per citare alcune cariche tra le svariate che
ricopre, è sindaco effettivo di Coop Italia e di
Pharmacoop. Inoltre, fino al 18 agosto 1998, è stato
procuratore speciale di Coop Estense.
Il 9 novembre 1989 il Consiglio
comunale di Modena approva la variante generale al Piano
regolatore ed il terreno agricolo (dunque non
edificabile) venduto dalla signora Segre diventa
edificabile commerciale e parcheggio. Su di esso saranno
costruiti 15.000 metri quadri (il 32%) della totalità di
Grand'Emilia (allegato 2).
Quello stesso giorno, quello
stesso Consiglio comunale approva il bando per
l'assegnazione dell'area di 78.000 metri quadrati di
proprietà del Comune, contiguo all'ex terreno Segre,
per la realizzazione di un centro commerciale.
Il tempo della gara, il tempo
cioè che viene concesso ai concorrenti per predisporre e
presentare un simile progetto, è di 40 giorni. Inoltre,
nel punteggio del bando, 40 punti su 100 saranno
conteggiati a favore di chi si dichiarerà disponibile a
chiudere esercizi commerciali esistenti in città.
Due soli contendenti presentano
i loro progetti nel termine dei 40 giorni: Coop Estense
ed una società con sede a Varedo (Milano), in realtà
Euromercato (oggi Carrefour). Ma chi può impegnarsi a
chiudere altre superfici commerciali già operanti a
Modena? Coop Estense. Che infatti si impegna, nella
convenzione col Comune, a chiudere tre punti vendita
nella città per complessivi 5.000 metri quadrati:
Coop di via Giardini
Coop di via Calaverna
Conad del quartiere Madonnina.
In seguito tutti e tre
riaperti, due Coop ed un Conad (sempre della Legacoop,
per intenderci).
Il 20 marzo 1990 il Consiglio
comunale individua perciò Coop Estense come operatore
cui assegnare l'area di proprietà comunale ove
realizzare un centro commerciale di 28.000 metri
quadrati di vendita (pari a 28 esselunghe di viale
Piave, Milano), con l'obbligo per l'assegnatario di
dotare il centro commerciale di ampi spazi per il
parcheggio da recuperare nell'ambito della complessiva
riorganizzazione del comparto della Bruciata (qui
chiamato Cittanova, ma è la stessa cosa), cioè sull'area
che la Secu aveva acquistato dalla signora Segre.
Intanto, il 17 novembre
dell'ormai trascorso 1989, il Consiglio
d'amministrazione di Coop Estense aveva dato mandato al
presidente Zucchelli di partecipare alla gara
ottemperando a tutti gli adempimenti relativi.
Ormai i giochi sono fatti,
conviene forse lasciar passare un po' di acqua sotto i
ponti e sarà soltanto il 23 dicembre 1992 (a Natale
tutto tace!) che il Comune di Modena venderà a Coop
Estense per 10 miliardi di lire (5 milioni di euro) il
suo terreno di 78.000 metri sui quali verranno edificati
31.000 metri dei 46.000 di superficie totale del centro
commerciale (il 68%). Di questi, 28.000 metri, pari alle
28 esselunghe predette, saranno area di vendita.
Infine, dopo un mese, il 25
gennaio 1993, Secu vende a Coop Estense il terreno di
192.000 metri quadrati, acquistato per quattro lire
dalla signora Liliana Segre. Non è rilevante il fatto
che, anni dopo, Secu venga fusa in una società, la
Tiziano Srl, se non per il fatto che Zucchelli di
quest'ultima è amministratore.
A questo punto, tutta
l'orchestrazione, tutto il concerto mi sono sembrati
chiari, salvo il prezzo del terreno ceduto dal Comune ai
cooperatori, che mi è sembrato esiguo. Pur con la
copertura di un valutatore americano, 5 milioni di euro
per un terreno di otto ettari con tutta quella
edificabilità commerciale10" sono una cosa
mai vista. Sapeva il valutatore americano che il terreno
era "commerciale"? O pensava di trovarsi nelle praterie
del Midwest, coi bisonti? Ma, mi sono detto,
affari loro. Se i cittadini di Modena sono contenti...
La mia curiosità si è invece
indirizzata alla signora Liliana Segre ed alle sue
vicende, Intanto, il cognome: quale storia poteva
celare? E poi: come sono riusciti costoro a pagare
appena un miliardo di lire il terreno di 192.000 metri
quadrati di questa signora, una vera e propria tenuta
inclusa nel perimetro cittadino, quando pagano 10
miliardi di lire l'adiacente terreno di 78.000 metri
quadrati di proprietà del Comune?
L'atto, come detto, è del 9
marzo 1987. La venditrice è residente a Milano in zona
Magenta. Zona "bene". Il terreno le era pervenuto per
donazione all'età di 12 anni, nel giugno del 1942,
quando si entrava nel pieno dell'immane tragedia delle
deportazioni e della Shoah.
Mi sono cosi trovato nel bel
mezzo di una spaventosa vicenda - le famigerate leggi
razziali, Auschwitz, lo sterminio - di cui la signora
Segre è autorevole e speciale, specialissima testimone.
Attraverso la comunità ebraica
l'ho avvicinata. E nel tardo pomeriggio del 22 maggio
2007 sono stato emozionato ospite nella sua bella casa
di Milano. Ho incontrato una Signora. Una Signora
straordinariamente viva ed intelligente, che mi ha
raccontato la sua storia. Che però io non ho il diritto
qui di riferire. Né posso dire come e perché lei si sia
disfatta di una proprietà donatale dal nonno
nell'imminenza d'essere anche lui tradotto ad Auschwitz
e di morirvi. Una cosa sola credo di poter dire: che ho
incontrato in un ambiente "di una volta" una signora "di
una volta". E che i nostri padri erano entrambi "ragazzi
del '99", che entrambi erano
andati in guerra nel 1917, e che, nel cotone entrambi,
si erano certamente conosciuti. Il resto, sono cose
nostre. Ricordi indicibili, struggenti, vorrei dire
bellissimi nel loro orrore.
Tornando invece alle prodezze
dei nostri personaggi, siamo in grado di statuire, in
sintesi, come, con poche lire e sorprendente
disinvoltura, si "crea" la Bruciata: si fa un piano, si
indice un bando congegnato in modo tale che nessuno
possa parteciparvi, ci si impossessa di un'area,
pubblica e privata, di grandissimo valore. Et voilà,
a Modena si consolida il monopolio della pappa.
Democraticamente.
Unlimited unfairness.
Il caso non ci riguarda
direttamente, ci riguarda solo come cittadini. Ma ci è
sembrato una bella introduzione al racconto di quanto
subiremo per mano di Zucchellì, che, bontà vostra, ci
accingiamo a riferire.
10
Va saputo che il commerciale, raro, è generalmente di
alto valore, non è come il produttivo o il residenziale.
Modena, via
Canaletto
Dalla costruzione di due punti
di vendita negli anni '90, uno a Bologna San Vitale,
l'altro a Modena via Murane (uno sgorbio di negozio),
nacque il nostro sodalizio con il signor Pierluigi
Montanari, dell'impresa Edilmontanari di Modena. Era,
anzi è, questo signore un simpaticone, benché
nostalgico di certi tempi andati. Troppo, secondo me.
Anche se la sua reazione - ora lo possiamo ben dire - è
stata determinata dall'incredibile ambiente in cui opera
e vive. Comunque, quando alla fine degli anni '90 si
presentò l'opportunità di realizzare un supermercato a
Modena, in via Canaletto, agimmo congiuntamente.
Si trattava di un'area molto
ampia, 60.000 metri quadrati in totale (allegato 3},
sulla quale realizzare molta edilizia residenziale,
un albergo ed un supermercato. Acquistammo, tramite
Edilmontanari, il 72% della superficie complessiva per
la somma di 24 miliardi di lire. Era il 2 marzo 2000. Il
Comune di Modena era già proprietario del 10% del totale
dell'area ed aveva interesse a portare avanti il Piano
particolareggiato non solo per bonificare e completare
un pezzo importante del territorio cittadino, ma anche
perché su una porzione equivalente alla parte di sua
proprietà progettava di realizzare case popolari.
Sotto il profilo urbanistico
non c'erano problemi, l'area costituiva un "comparto"
ove destinazioni d'uso, volumi e quant'altro già erano
pianificati. Il Comune e noi controllavamo l'82% della
proprietà, mancava un residuo 18% costituito da un'area
di forma irregolare posta là dietro, contro la ferrovia
e senza nessun affaccio sulla strada. Quest'area era
parte di un fallimento e sarebbe andata all'asta di lì a
poco. La sua appetibilità era assai bassa ed una volta
acquisita avremmo potuto, congiuntamente al Comune,
gestire il 100% del progetto.
Ma avevamo fatto 1 conti senza
l'oste, Zucchelli. Un oste imbottito di denaro. L'asta
ebbe luogo i'8 febbraio 2001 partendo da un valore di
perizia (alto, secondo noi) di 5 miliardi di lire.
Montanari partecipò all'asta. Per Coop Estense
intervenne in persona Mario Zucchelli, il presidente,
che, a colpi di miliardi, sbaragliò il povero Montanari,
il quale si difendeva a 100 milioni per volta. Zucchelli
si aggiudicò l'area per la cifra impossibile di 23
miliardi di lire, con tre rilanci non ancora finali da
900 milioni ciascuno. Ad un ulteriore rilancio di 100
milioni da parte di Montanari, che era così arrivato
alla cifra pazzesca di 21 miliardi e 100 milioni,
Zucchelli fece un'ultima battuta da un miliardo e 900
milioni.
È così che Zucchelli diventa un
Grande Maestro dì fuochi artificiali, forse meriterebbe
un cavalierato: un simile botto finale non si era mai
visto.
La cosa fece molto rumore e
generò brucianti articoli sulla stampa locale, sul
Resto del Carlino (titolo del 15 febbraio 2001: «Che
pasticcio lungo i binari. Gare miliardarie per pochi
ettari: cosa c'è dietro?») ma anche sulla Gazzetta di
Modena, foglio appartenente al gruppo L'Espresso e
dunque sicuramente democratico. «Pur di "stoppare" il
concorrente Esselunga», così cominciava l'articolo
pubblicato dalla Gazzetta di Modena il 13
febbraio 2001, «e trasferire in posizione strategica,
ampliandolo, il proprio supermercato della Sacca, la
Coop ha pagato un terreno a peso d'oro, sborsando
addirittura 18 miliardi in più rispetto alla stima fatta
dai periti. Una società di Coop Estense ha "sfilato"
l'area al concorrente, Edilmontanari, per 23 miliardi.
Ha pagato quattro volte il valore di stima un'area pur
di impedire l'apertura di un concorrente "scomodo" come
Esselunga» (allegato 4).
Divenuta proprietaria di questa
porzione minoritaria del comparto, Coop rimise in
discussione il Piano particolareggiato che era in
avanzata via di sviluppo, pretendendo che nella
ripartizione delle funzioni e degli edifici le venisse
attribuito il supermercato. Esso era originariamente
progettato sul lato opposto del comparto, sulla strada
e ben visibile al pubblico (si veda ancora l'allegato
3).
Questo originò una serie di
incontri con i funzionari del Comune di Modena ed anche,
da parte mia, con l'assessore all'Urbanistica, signora
Palma Costi. È costei una donna di mezza età, magra,
cortese, irremovibile. Di scuola inconfondibile. Con
calma olimpica può ripetere all'infinito ti medesimo
ritornello: «L'unica soluzione per voi è un accordo con
Coop». Dandoci un sublime esempio di scuola democratica,
ci ha anche offerto, in alternativa, due posizioni
indecenti, là in campagna, in fregio ad una cascina, per
insediarvi un'Esselunga in cambio di quella di via
Canaletto, da cedersi a Coop.
Per chi non lo sapesse, va
anche detto che, secondo la legge italiana, chi
controlla il 75% di un comparto (o più del 75%,
naturalmente) può portare avanti il progetto imponendo
la propria soluzione a chi è minoritario, pur nel
rispetto dei suoi diritti edificatorii. Noi, col Comune
di Modena, facciamo l'82%. Ca va sans dire,
nulla si muove o si muoverà senza il benestare
democratico di Coop.
E così a Modena in via
Canaletto stanno, con una vasta area abbandonata, 50
miliardi di lire sborsati da anni, il blocco della
ristrutturazione di un pezzo centrale della città e,
probabilmente, la mancata realizzazione di case popolari
che il Comune aveva in progetto.
Vignola è una ridente cittadina
in provincia di Modena, ai piedi dell'Appennino, famosa
per le sue ciliegie e per il suo castello. A Vignola
avevamo - abbiamo - un amico, il cavaliere del lavoro
Ermanno Fabbri, inventore e produttore di fama mondiale
di macchine
per l'imballaggio di prodotti
deperibili quali carni, frutta, verdura. A Vignola siamo
stati tante volte in questi ultimi quarantanni e molte
volte ci siamo dati da fare per piazzarvi una Esselunga.
Sulla provinciale che viene da Modena. O sotto il
castello. Ma abbiamo sempre trovato insormontabili
difficoltà. Finché il signor Sergio Sernesi di Modena
pochi anni fa non indirizzò la nostra attenzione su un
terreno con destinazione agricola, ma suscettibile di
essere trasformato in commerciale.
Infatti il Consiglio comunale
di Vignola, con delibera del 29 aprile 2002, ne aveva
deciso l'inserimento tra le "aree strategiche" per lo
sviluppo della città, classificandolo come «area con
destinazione commerciale e caserma dei carabinieri»
(documenti a disposizione).
Il terreno apparteneva -
attraverso la società Vignola Due - alla IGEA di
Castelfranco Emilia (Modena), sulla quale domandammo
informazioni al cavalier Fabbri. Egli ci disse che si
trattava di una cooperativa edilizia comunista
accreditata ed attendibile. Così, con compromesso del 23
luglio 2003 e con versamento di una caparra di 5.324.000
curo, ci impegnammo in questa intrapresa.
Fra le altre "aree strategiche"
del Comune vi era anche quella destinata ad un nuovo
complesso scolastico. Onde facilitare il percorso per
la trasformazione urbanistica del terreno di nostro
interesse - da destinazione agricola a commerciale, come
detto - IGEA propose (come spesso si fa, la chiamano
"urbanistica contrattata") al Comune un "accordo di
pianificazione", in base all'articolo 18 della legge
regionale numero 20/2000, in virtù del quale la società
medesima avrebbe versato all'amministrazione civica 2,5
milioni di euro per contribuire alla costruzione del
nuovo complesso scolastico. In tal modo si sarebbe
aperta la strada alla realizzazione di un supermercato
con superficie totale del fabbricato di 5.000 metri
quadrati.
Con delibera del 23 dicembre
2004, la Giunta comunale di Vignola, dopo aver dato
atto esplicitamente che l'accordo proposto da IGEA
rispondeva «all'imprescindibile interesse»
dell'amministrazione, «all'interesse rilevante della
comunità» ed appariva «coerente con gli obbiettivi
pianificatori», conferiva mandato al sindaco ed al
dirigente della Struttura di pianificazione territoriale
per dare corso all'accordo stesso. Il 31 marzo 2005
l'accordo veniva definitivamente approvato dalla Giunta
comunale.
L'adozione della conseguente
variante al Piano regolatore generale veniva messa
all'ordine del giorno del Consiglio comunale che avrebbe
dovuto tenersi il successivo 8 aprile (si deve sapere
che nel balletto dell'urbanistica italiana bisogna prima
arrivare all'"approvazione" per poi ottenere
l'"adozione").
Ma il 7 aprile 2005, Coop
Estense, a firma del presidente Mario Zucchelli, inviava
al sindaco di Vignola una lettera (allegato 5),
con cui lamentava l'insufficienza del locale
supermercato Coop e dichiarava la propria
disponibilità, a fronte di opportunità di «sviluppo e
qualificazione della presenza dell'attuale negozio», a
contribuire a iniziative di pubblica utilità. In
particolare, guarda un po', alla realizzazione di un
edificio scolastico...
Il 7 aprile Zucchelli scriveva.
Il 7 aprile il sindaco riceveva. E, prontissimo, si
attivava. Per lui la lettera di Zucchelli, redatta di
sicuro a più mani in sedi "democratiche", indubbiamente
non fu una sorpresa. Poiché, immediatamente, l'S aprile
2005, con impressionante contestualità, accaddero tre
cose.
Alle ore 17 la Giunta di
Vignola deliberò di conferire mandato al dirigente
della Struttura di pianificazione territoriale ed al
sindaco di valutare l'intervenuta proposta di Coop
Estense.
Alle ore 20.30 il Consiglio
comunale di Vignola, anziché adottare - come previsto -
la variante al Piano regolatore generale per il cambio
di destinazione urbanistica dell'area ICEA-Esselunga,
deliberò, sempre con riferimento alla "proposta" di Coop
Estense, di rinviare ogni decisione ad un ulteriore
Consiglio fissato per il successivo 11 aprile.
E sempre alle ore 20.30 il
Consiglio comunale di Spilamberto, Comune adiacente a
Vignola, senza alcun indugio deliberò invece, con una
procedura del tutto simile a quella usata a Vignola, di
adottare una variante di Piano regolatore generale che
consentiva a Coop Estense di realizzare un nuovo
supermercato su area anch'essa di proprietà di IGEA.
Infatti, a nostra insaputa,
IGEA, attraverso complesse e vantaggiose operazioni
societarie (con un esborso di 1.800.000 euro per due
aree di un ben più alto valore finale), era entrata in
possesso di due terreni in Spilamberto di proprietà dei
conti Rangoni Machiavelli, uno a destinazione agricola e
l'altro a destinazione "spettacoli viaggianti" (circo,
luna park, eccetera) ed aveva raggiunto un accordo con
Coop Estense ed il Comune dì Spilamberto per modificare
la destinazione d'uso di entrambi i terreni: quello
agricolo sarebbe stato trasformato in commerciale,
l'altro da "spettacoli viaggianti" in edilizia
residenziale!
L'11 aprile 2005 il Consiglio
comunale di Vignola, ritenuto che la proposta avanzata
da Coop Estense rappresentasse «un fatto nuovo rispetto
alla situazione che si era sviluppata inizialmente e
maturata», decideva di ritirare la proposta di variante
al Piano regolatore generale, azzerando senza alcuna
motivazione ulteriore l'accordo approvato dalia Giunta.
Il nostro progetto era stato affossato.
La distanza tra l'ipotizzato
insediamento di Esselunga in Vignola e quello di Coop a
Spilamberto è di tre minuti di automobile. La Coop di
Spilamberto avrebbe avuto vita dura con una Esselunga
tanto vicina!
Ma siamo lontani dall'epilogo.
Stoppare l'iniziativa altrui non sufficit.
Infatti, il 12 gennaio 2007, il "nostro" terreno di
Vignola viene venduto da IGEA, a rogito dei notaio Anna
Maria Cesarani di Castelfranco Emilia, alla Monte Paschi
Fiduciaria Spa, con sede legale a Siena, società della
banca Monte dei Paschi di Siena Spa, la banca più
democratica d'Italia. Consiglieri di amministrazione
della medesima sono, fra l'altro, Turiddo Campaini,
presidente di Unicoop Firenze, e Pierluigi Stefanini,
presidente di Unipol Assicurazioni. Chi ci sia dietro
questa fiduciaria è cosa che a noi non e dato sapere: se
ci sarà un magistrato che avrà voglia di approfondire,
forse ce lo dirà.
A tal proposito è interessante
chiudere questo episodio con le dichiarazioni rese il 22
settembre 2006 a La Repubblica dal cavaliere del
lavoro Leonardo Dei Vecchio (allegato 6), che ha
la fortuna, essendo produttore di occhiali, di non avere
per concorrente quello che fu il Partito Comunista
Italiano: costoro fanno tante cose, gli occhiali no, per
adesso. Nella parte dell'intervista che riguarda la sua
breve esperienza nei supermercati acquistati dallo Stato
assieme ai Benetton per poi, alla fine, venderli ai
francesi, dice fra l'altro Del Vecchio: «Trattavamo con
un Comune. Concedevamo tutto quello che chiedevano:
costruzione di scuole, verde pubblico, servizi sociali.
Tutto a posto, eppure alla fine la licenza ci veniva
negata. E in seguito il terreno se lo prendevano le
Coop». Ed ancora: «Non si può rimanere immacolati
nuotando in uno stagno torbido. Allora bisogna
lasciare».
Noi non abbiamo lasciato.
Abbiamo nuotato in uno stagno torbido, fetente. Ma, caro
cavalier Del Vecchio, io le assicuro che noi siamo
immacolati.
2.
PIERLUIGI
STEFANINI E COOP ADRIATICA
Stella di prima grandezza nel
firmamento emiliano è Pierluigi Stefanini. Nasce il 28
giugno 1953 a Sant'Agata Bolognese ed assolve la scuola
dell'obbligo. Per dieci anni è operaio nella società GD
della famiglia Seragnoli, leader nella produzione di
macchine per l'imballaggio. Dal 1978 al 1990 è dirigente
del Partito Comunista Italiano di Bologna. Diventa
segretario del PCI nel 1985. Dal 1990 al 1998 è
presidente di Legacoop di Bologna.
Nell'ottobre del 1988 viene
nominato presidente dì Coop Adriatica. È consigliere
della Camera di Commercio di Bologna, della Società
Aeroporti di Bologna e, fino al 2004, membro del
comitato scientifico di Nomisma (società per azioni di
studi economici fondata a Bologna nel 1981 da Romano
Prodi, ndr). Oltre a ricoprire molte altre
cariche, sia ora sia nel passato, in svariati enti,
quali Fiera di Bologna, Banca di credito cooperativo di
Bologna, Fondazione Cassa di risparmio di Bologna,
Stefanini nel corso del 2006 diviene consigliere dì
amministrazione del Monte dei Paschi di Siena e
presidente di Unipol Assicurazioni.
Bologna, via
Andrea Costa
Durante la costruzione del
nostro centro commerciale di Casalecchio di Reno, nel
1998, l'impresa Galotti, che lo stava realizzando, ci
presentò il dottor Franco Goldoni. Era - attraverso la
società A. Costa 2000 - proprietario dell'area ex Hatù
di via Costa a Bologna, presso Porta Saragozza, ove un
tempo si facevano ciucciotti ed altri utili "accessori"
in gomma, detti appunto "goldoni". La Hatù, venduta a
stranieri, si era trasferita fuori città.
L'area era molto ben
posizionata e vi era consentita la realizzazione di un
supermercato. Il 19 maggio 1999, Esselunga - attraverso
la società Iridea - sottoscrisse un accordo per
l'acquisto di quest'area e del supermercato a costruirsi
(con due piani di parcheggi interrati), per un importo
di 40 miliardi di lire. Il progettista e direttore dei
lavori, Gianfranco Masi, noto architetto dì cooperative,
mostrò subito di non gradire il nostro intervento. Si
oppose in ogni modo alla nostra richiesta di modificare
parzialmente il progetto e di ripulire un po' la sua
singolare creatura architettonica. Che, con sua
soddisfazione, ora là sta a testimoniare la creatività
del terzo millennio. L'architetto Masi era il
professionista al quale Goldoni aveva affidato
l'incarico. Come usa in Italia, ci si affida spesso ad
architetti accreditati presso il potere locale.
Nel corso degli scavi, vennero
alla luce dei resti archeologici (allegati 7,
8, 9), che il ministero dei Beni culturali,
attraverso la Soprintendenza archeologica dell'Emilia
Romagna, identificò come le fondazioni di un complesso
rustico di età etrusca caratterizzato dalla «rarità
della tipologia edilizia, di indubbio e rilevante
interesse archeologico»; sarà stato certo un caso, ma
questi preziosi resti etruschi si trovavano proprio al
centro del futuro negozio (allegalo 10). Il 16
novembre 1999 il ministero, a firma del direttore
generale Mario Serio, ministro essendo la signora
Giovanna Melandri, appose il vincolo. Non si tocca più
niente. Seguirono poi gli atti di rito: notifica alla
proprietà, al sindaco del Comune di Bologna, eccetera.
L'impatto sull'opera a costruirsi era devastante. 1
parcheggi interrati irrealizzabili. La strada della
rimozione con collocazione altrove dei resti
archeologici ci fu detta non percorribile. Inoltre la
Soprintendenza, come comunicatoci dal progettista Masi,
per ben tre volte aveva chiesto che il pavimento del
supermercato venisse realizzato in lastre di cristallo
(allegato 11), in modo tale che dal negozio O
pubblico potesse fruire dell'inestimabile reperto.
Personale e clientela ne avrebbero goduto dall'alto,
camminando, per così dire, sul vuoto.
Ti 16 febbraio 2000, dopo le
inutili trattative condotte da Masi e Goldoni con la
Soprintendenza, di fronte a tali, insormontabili
ostacoli, la società Costa scrisse a Iridea-Esselunga:
«Riteniamo di dover dare per passata questa estenuante
trattativa che si protrae inutilmente ormai da oltre
otto mesi senza che si veda la luce di una possibile
conclusione, con ingenti danni per noi». Il 17 febbraio
2000 Iridea a sua volta rispose alla società Costa:
«Quella collaborazione che abbiamo sempre sperato di
trovare in campo tecnico, indispensabile a qualsivoglia
felice conclusione, in realtà, non sussiste, e ciò porta
ad ostacoli enormi per ogni prosieguo, con ogni
conseguente sfinimento per noi. A fronte di ciò, dopo
aver molto meditato, riteniamo cosa saggia prendere atto
della Vostra decisione di interruzione di ogni
trattativa, rimanendo quindi in attesa della
restituzione della somma di lire 2.000.000.000
(due-miliardi) a Vostre mani».
In tal modo nel febbraio 2000
veniva consensualmente sciolto l'impegno tra Esselunga
ed il dottor Franco Goldoni.
il successivo 20 aprile il
Consiglio di amministrazione di Coop Adriatica,
presieduto da Pierluigi Stefanini, deliberava l'acquisto
del centro commerciale di via Costa in Bologna
(documento a disposizione], mentre 15 giorni dopo,
il 5 maggio 2000, il soprintendente ai Beni archeologici
dell'Emilia Romagna avrebbe comunicato il proprio parere
favorevole al «recupero, restauro, trasferimento e
valorizzazione dei resti antichi in altra area», come
riportato nel successivo atto di acquisto, a rogito del
notaio Federico Rossi in Bologna, tra Coop Adriatica ed
il dottor Goldoni (documento a disposizione] .
Vi si dice, fra l'altro: «Si
premette inoltre che è stato rinvenuto, entro il
perimetro nel quale sorge il complesso immobiliare, un
insediamento etrusco e più precisamente
quell'insediamento che insiste sull'area evidenziata con
tratteggio grigio dalla planimetria e notifica di
vincolo consegnati che, in copia, si allega al presente
atto sotto la lettera "B", e che, conseguentemente, il
ministero dei Beni culturali ha apposto - esclusivamente
sulla detta arca tratteggiata - il vincolo di
conservazione, regolarmente trascritto a Bologna il 15
febbraio 2000 all'ari. 3802 noto alle parti contraenti,
vincolo circa il quale è in corso pratica di richiesta
dì cancellazione, a seguito di diversa allocazione dei
reperti archeologici; a tal proposito, con comunicazioni Prot. N. 4861 del 5.5.2000 e Prot. N. 10964 del
4.9.2001, il
Soprintendente per Ì Beni archeologici dell'Emilia
Romagna di Bologna ha espresso parere favorevole alla
richiesta di nulla osta per il recupero, restauro,
trasferimento e valorizzazione dei resti antichi in
altra area. Resta ovviamente inteso che tutti gli oneri,
di qualsivoglia natura, derivanti da detto progetto dì
ricollocamento dei reperti archeologici non potranno in
alcun caso essere posti a carico degli acquirenti».
Ad un lettore distratto vorrei
permettermi di far osservare: a fine febbraio Esselunga
si ritira; il 20 aprile la Coop di Stefanini delibera;
il 5 maggio il Soprintendente comunica di aver già dato
parere favorevole. A Bologna, in via Costa, è operante
dal 17 settembre 2002 un supermercato di Coop Adriatica,
presidente Pierluigi Stefanini, coi suoi parcheggi
interrati e senza pavimenti di cristallo.
In una gelida mattina di
gennaio, un sabato, e più precisamente il 21 gennaio
2006, sono andato di persona alla ricerca dei "miei"
preziosissimi reperti etruschi. Li ho trovati nella
"zona verde", all'apparenza abbandonata, in fondo alla
via della Nuova Certosa, a Bologna. In un recinto con la
base in cemento, sovrastato da una squallida griglia
zincata, stavano '"valorizzati", e coperti da una
plastica nera in gran parte nascosta dalle erbacce, i
segni di una perduta civiltà (allegati 12, 13 e 14).
Gli onorevoli ministri Cario
Giovanardi e Rocco Buttiglione, quest'ultimo allora al
dicastero dei Beni culturali, edotti di quanto sopra
tentarono di sollevare il caso in Parlamento. Impudenti.
Come siano andate a finire queste faccende politiche non
lo sappiamo, pensiamo in niente. Mi sembra però
interessante ricordare lo starnazzo di Coop Adriatica,
la quale diffuse quella che II Resto del Carlino
(allegato 15) definì una «nota piccata» in cui
negava ogni ipotesi di favoritismo e «qualsiasi tipo di
responsabilità amministrativa».
La Coop, che liquidava la
questione del nuovo supermercato come «esempio di
pregiudizio politico e ideologico», si dichiarava
«sorpresa dei giudizi e delle accuse diffamatorie
infondate espressi da un deputato della Repubblica»,
cioè l'onorevole Emerenzio Barbieri (UDC), che aveva
presentato una interrogazione parlamentare. Il deputato
avrebbe tentato di «accreditare un'immagine distorta o
addirittura illecita del mondo cooperativo e delle sue
diverse espressioni».
In casa mia ho quattro
sorridenti teste dì Buddha cui sono proprio molto
affezionato, non soltanto perché mi vengono dalla
collezione di mio padre. Sono siamesi, sono in bronzo e
con le loro facce di bronzo stanno a dimostrare tutta la
serenità e la grazia di questi orientali. Anche in
questo in Italia siamo più forti, benché meno
sorridenti.
A questo punto, mi si consenta
una considerazione tutta emiliana. Come è possibile che
due personaggi di spicco, Mario Zucchelli, presidente di
Coop Estense, e Pierluigi Stefanini, presidente di Coop
Adriatica, nel frattempo assurti ai più alti vertici del
potere economico italiano - uno consigliere
d'amministrazione, l'altro presidente di Unipol
Assicurazioni, ed il primo addirittura presidente di
Holmo e Finsoc, che di Unipol sono le controllanti -
assumano posizioni tanto spericolate?
Di primo acchito verrebbe da
pensare che fossero estranei, nell'assoluta ignoranza
dei fatti. Ma Zucchelli era lui, in persona, all'asta
del terreno di Modena. Cosi come fu Stefanini a
presiedere i Consigli di amministrazione di Coop
Adriatica per l'affare di via Costa a Bologna.
E allora? Della loro
intelligenza non si può certo dubitare, Non stanno forse
lassù, nell'Olimpo del potere economico di Unipol, Coop,
Montepaschi, Granarolo (con la Centrale del Latte di
Milano) e tanti begli appalti e costruzioni? Com'è
possibile che costoro mettano a repentaglio la loro
adamantina "diversità" per silurare delle esselunghe
tanto piccole, quasi insignificanti?
L'unica spiegazione plausibile
a tanta sicurezza può risiedere solo nella loro
appartenenza ad un partito strapotente, nella simpatia
di tanti magistrati, nella distrazione di troppi
giornalisti. Alla faccia della "completezza
dell'informazione".
3.
TURIDDO CAMPAINI
E UNICOOP FIRENZE
Turiddo Campaini è il
presidente di Unicoop Firenze. Ci crede. È un asceta.
Nasce il 15 ottobre 1940 a Montelupo Fiorentino. Si
diploma in ragioneria. Nel 1958 viene assunto in una
vetreria di Empoli. Nel 1963 entra nella Cooperativa del
Popolo di Empoli e nel 1971 ne diviene presidente. Con
la fusione di Coop Empoli, Coop Etruria e Toscocoop in
Unicoop Firenze, nel 1973 ne assume la presidenza. Dal
1980 al 1985 è membro del Consiglio comunale di Empoli
per il Partito Comunista Italiano.
E' membro della giunta della
Camera di Commercio di Firenze. E' consigliere di
amministrazione della banca Monte dei Paschi di Siena.
Temporaneamente, nel 2006, dopo lo scandalo
Unipol-Consorte, è stato presidente dì Finsoe, la
cassaforte della compagnia assicurativa.
Non ho mai conosciuto Turiddo
Campaini, sebbene entrambi da una vita siamo sulla scena
toscana, io assai più modestamente. So che vive a
Empoli, donde ogni giorno si reca a Firenze; che vi
abita con la moglie e la mamma e che non ha figli. Dallo
scorso anno - come da intervista a La Repubblica
del 22 ottobre 2006 - so altresì che gli abbiamo
procurato molte notti insonni: «Anche Campami ha passato
qualche notte insonne: e l'incubo era proprio Capretti.
"È vero. Agli inizi degli anni '60, lui costruiva i
primi grandi supermercati, noi avevamo degli spaccetti.
Alla fine dei 70, stavamo ingrandendoci: ma quante volte
mi sono chiesto se ce l'avremmo fatta davanti alla sfida
di Esselunga. Sì, notti insonni"».
Me ne dispiace, benché lo trovi
anche giusto. Quante, di notti insonni, ne ha procurate
lui a noi? Questo che segue è uno soltanto degli
episodi.
Firenze, via
Milanesi e piazza Leopoldo
Esiste in via Milanesi, una
strada secondaria di Firenze, il primo supermarket
della Toscana, aperto da Esselunga il 9 febbraio 1961.
Da Milano a Firenze. Perché? Le licenze di commercio
erano a quel tempo rilasciate dal prefetto, su parere
della Camera di Commercio. Visto il successo della nuova
forma di distribuzione a Milano ed il suo sorprendente
effetto calmieratore sui prezzi - dal 20% al 40% in meno
dei prezzi correnti - il prefetto di Firenze prese
contatto con la Supermarkets Italiani e le rilasciò
cinque licenze commerciali. Naturalmente, troppo
innovatore, fu rimosso.
Via Milanesi fu il primo dei
cinque negozi. Le varie aperture furono pesantemente
osteggiate da molte forze contrarie, innanzi tutto dal
sindaco della città Giorgio La Pira. «Gli incontri con
le autorità si susseguirono senza risultati,
soprattutto a causa della ferma opposizione esercitata
dal sindaco della città fiorentina La Pira, la cui
posizione politica di cattolico di sinistra lo portava a
guardare con sospetto l'operazione della società
italo-americana», recita a pagina 90 il libro La
spesa è uguale per tutti11, Ed ancora:
«La licenza pervenne al prefetto che la fece avere
subito alla società, senza che ne fosse data alcuna
comunicazione al sindaco. Dopo l'apertura del
supermercato il 12 settembre, La Pira si recò
personalmente a Roma per protestare, ma si trovò dì
fronte alla decisa posizione del ministro Colombo. Non
restò che accettare il fatto compiuto, salvo ritardare
l'apertura dei successivi due punti di vendita»12.
A quel tempo, a Firenze, altre
forze sì opposero duramente all'intraprendere di
Supermarkets Italiani (ora Esselunga). Per primi i
comunisti e poi la CGIL. Aggiunge il volume citato:
«Infuocate riunioni si tennero in Consiglio comunale,
dove si verificò una violenta contrapposizione tra
democristiani, che sostenevano con dati alla mano la
funzione di calmiere dei prezzi esercitata dalla nuova
forma di distribuzione che si risolveva in un vantaggio
per tutti i consumatori, e comunisti, che accusavano il
supermercato "americano" di adottare una politica di
bassi prezzi solo strumentalmente, al fine di
distruggere la concorrenza, per creare una situazione di
monopolio di cui sarebbe stato alla lunga l'unico
beneficiario»13.
Per non parlare dei socialisti.
Scriveva l'organo del Partito Socialista Italiano,
L'Avanti!: «Se oggi le società di
supermercati si presentano con prezzi di assoluta
concorrenza, sostengono i piccoli commercianti, è perché
vogliono lare piazza pulita di tutti i piccoli e medi
rivenditori. A operazione conclusa, quando cioè a Milano
ci saranno 50 o 100 supermercati, allora il monopolio
rivelerà il suo vero volto e si rivarrà ad usura sui
consumatori. Alle spalle dei supermercati vi è il
capitalismo americano, italiano, olandese. Attraverso
una grande operazione, esso tende a controllare,
gradualmente, tutto il commercio al minuto. Saprà lo
Stato intervenire al momento opportuno per impedire il
"cartello alimentare"?».
Malgrado le ideologie
ottocentesche che vi si contrapponevano, e gli interessi
di parte, il moderno si fece strada. Faticosamente.
Fatto sta che in via Milanesi a
Firenze esiste questa prima Esselunga del Centro Italia;
si tratta di un piccolo negozio di 800 metri quadrati di
vendita, senza un solo posto macchina per i clienti. Da
un trentennio è una struttura obsoleta.
Durante gli anni '80, una
fabbrica di pile, la Superpila, si trasferiva fuori
città, lasciando libera, a poche centinaia di metri di
distanza da via Milanesi, in piazza Leopoldo, l'area
del suo vecchio stabilimento, ubicazione
incomparabilmente più bella. L'arca era oggetto da parte
del Comune di un "Piano Urbanistico di
Riqualificazione". Vi era previsto un supermercato.
Ci attivammo e nel dicembre
1988 stipulammo un compromesso coi costruttori, nuovi
proprietari, per un valore di 21 miliardi di lire
(documento a disposizione). Trascorsi sette anni e
scaduto il primo compromesso, nel giugno del 199.5
l'accordo fu rinnovato per l'acquisto di un supermercato
ed i relativi parcheggi (oltre 400 posti macchina),
chiavi in mano, al prezzo di 32 miliardi di lire.
Durata del contratto: due anni (documento a
disposizione). Tuttavia, le lungaggini delle
pratiche comunali non consentirono di arrivare alla
conclusione, ed alla scadenza del 30 giugno 1997 la
proprietà si trovò libera da ogni impegno con noi. Ci
diede 30 giorni di tempo per decidere, dicendosi
tallonata da altri.
Tallonata? La trattativa si
fece pesante, l'importo e le condizioni via via più
difficili da accettare. Nell'incertezza, poi, di
arrivare alla conclusione della pratica edilizia col
Comune, incagliata da anni.
Fu cosi che Unicoop Firenze,
società cooperativa di consumo a responsabilità
limitata, forte dei suoi illimitati mezzi finanziari,
il 7 agosto 1997 acquistò l'intera area nuda con i
relativi diritti edificatori ad una cifra per noi
impossibile: 29 miliardi di lire (allegato 16).
Più di un milione di lire il metro cubo, più di tre
volte quelli che erano i valori dell'epoca. Per
realizzare poi il supermercato di oltre 4.000 metri,
occorreva un investimento di altre decine di miliardi.
Noi avevamo tentato e ritentato
inutilmente per nove anni. Coop nel giro di tre anni
progettò ed ottenne la concessione edilizia.
A Firenze, in piazza Leopoldo,
è operante una Coop. Ed Esselunga si trascina in via
Milanesi col suo negozietto vecchio di quasi mezzo
secolo.
Quale opportunità abbia perso
Firenze, nelle persone dei suoi cittadini-consumatori,
dirlo non sta certamente a me.
11
Emanuela Scarpellini, La spesa è
uguale per tutti,
Marsilio, 2007. Il volume, la cui autrice è docente di
Storia contemporanea all'Università degli Studi di
Milano e alla Georgetown University di Washington DC,
racconta la nascita del supermercato in Italia.
12
Ibid., pag. 92.
13
Ibid., pag. 90. Per chi volesse meglio approfondire,
tale volume bene descrive, da pag. 83 in avanti, la
nostra vicenda fiorentina e il suo fantastico iniziale
successo.
4.
BRUNO CORDAZZO E
COOP LIGURIA
Bruno Cordazzo nasce a Chiavari
il 24 giugno 1943. Dei suoi studi non è dato
sapere. Ricopre diverse cariche all'interno del mondo
cooperativo ligure fino a diventare, nel 1999,
presidente di Coop Liguria. Nell'aprile del 2004 diventa
consigliere di amministrazione di Unipol Assicurazioni.
Dal settembre 2005 è consigliere di amministrazione di Holmo Spa.
Genova Rivarolo
in Valpolcevera
È questo un episodio di circa
vent'anni fa. Mi si potrà dunque obiettare che è un
fatto vecchio, lontano. Perché tirarlo fuori con tanto
ritardo? Intanto perché fra i tanti soprusi subiti,
questo era allora l'unico che potessimo documentare.
Poi perché è proprio la somma di questi episodi che ha
determinato la mia decisione di scrivere il presente
j'accuse. Infine perché Bruno Cordazzo, con le sue
allucinanti dichiarazioni di due anni fa, contemporanee
agli attacchi di un altro attore della Coop, Aldo Soldi,
di cui diremo successivamente, ravvivò, rivitalizzò
questo male oscuro che ci eravamo tenuti dentro: Genova
Rivarolo. Nel giugno 2005 Carrefour, la grande
multinazionale francese, dopo anni dì battaglie
giudiziarie, ottiene dal Consiglio di Stato una sentenza
ad essa favorevole a riprendere l'iter per la
realizzazione di un centro commerciale a Genova.
A questa notizia, il presidente
di Coop Liguria, Bruno Cordazzo, da Chiavari, con una
impudenza che lascia esterrefatti, dichiara: «Quando si
va in casa di altri, si chiede permesso. Se si pensa di
avere dei diritti, questi vanno rivendicati con garbo; e
non facendo la voce grossa, minacciando le
amministrazioni locali» (allegata 17). Ed ancora,
secondo Cordaio, la differenza che passa tra Coop
Liguria e gruppi concorrenti, in termini di presenza sul
territorio, sta tutta nei rapporti con le istituzioni,
«Che vanno costruiti nel tempo», sostiene, «con il
dialogo, il confronto, la concertazione». Alla domanda
«E la penetrazione di Coop Liguria sul territorio?»,
replica: «Frutto della capacità di rapportarsi con le
istituzioni, non certo di favoritismi».
Esiste a Genova, in
Valpolcevera, una Esselunga, ma l'insegna è Coop. Come
mai?
Negli anni '80 c'era in
Valbisagno una Coop: era stata una concessionaria della
Kawasaki (moto giapponesi), la quale aveva avuto una
parte della sua superficie dedicata alla vendita, quindi
con "destinazione urbanistica" atta al commercio al
dettaglio. Coop l'aveva acquistata e ne aveva fatto un
supermercato.
Del pari, in Valpolcevera
esisteva allora una concessionaria di autoveicoli
appartenente alla società Pastore & Baldazzi il cui
titolare, Gianluigi Baldazzi, era un buon conoscente del
dottor Ferdinando Schiavoni, allora vicepresidente ed
amministratore delegato di Esselunga, e gli propose
un'operazione analoga.
Esselunga acquistò l'immobile
il 15 ottobre 1984 e si impegnò nella sua
trasformazione. Il Comune di Genova, che aveva dato la
concessione edilizia per la ristrutturazione
dell'edificio a Pastore & Baldazzi, non consenti neppure
il trasferimento della concessione edilizia ad
Esselunga. Ecco un estratto del telex di Baldazzi
indirizzato a Schiavoni: «Durame la discussione in
merito a tale progetto, su tutti i membri della
commissione comunale gravavano forti condizionamenti
esercitati sia verbalmente che con lettera scritta dalle
Coop Liguria. Il fatto che la Esselunga venga a Genova
fa letteralmente terrorizzare le cooperative che si
stanno opponendo con tutte le loro forze, mezzi e
cattiverie di ogni genere, al vostro insediamento.
Essendo però il progetto presentato perfettamente
conforme alle leggi comunali vigenti e non potendovi
trovare alcun valido argomento di boicottaggio ma solo
semplice e sterile demagogie è stato deciso dalla
presidenza della commissione stessa di riportare il
progetto in discussione mercoledì 20 giugno p.v. per la
definitiva approvazione. Anche noi credevamo in una
reazione delle coop senza però prevedere che la stessa
potesse raggiungere tanta ferocia» (allegato 18).
Fu realizzato comunque
l'edificio esistente, col suo pavimento in ''litomarmo
aureolato" grigio perla da 25 millimetri di spessore,
prodotto in esclusiva per Esselunga dalla ditta Ipar,
tuttora visibile. Ma l'Esselunga, là, non potè mai
aprire. La stessa amministrazione comunale - non siamo
in grado ora di dire nella persona di chi - disse e
ribadì al dottor Schiavoni che noi lì non avremmo mai
aperto.
Scrisse ancora Baldazzi a
Schiavoni: «La domanda da noi presentata all'ufficio
Annona di Genova (...) è andata ieri in commissione
unitamente a quella da Voi presentata direttamente per
lo stesso locale di via Rivarolo 59: ambedue hanno avuto
esito negativo. Siamo venuti a conoscenza che dei 15
membri componenti la commissione, il rappresentante
comunista della CGIL ed il rappresentante della Lega
delle Cooperative sono stati gli unici due voti contrari
e hanno condizionato i restanti 13 membri, i quali si
sono poi astenuti dal proferire parola in merito e
quindi, tacendo, hanno determinato un voto che è stato
considerato negativo all'unanimità. Assurdo. Sistema
mafioso. Ora la nostra pratica sarà dall'Ufficio Annona
rimessa direttamente al Sindaco il quale dovrà decidere.
Il Sindaco stesso in un primo momento ci assicurò di
persona, in un colloquio con luì avuto, del suo
favorevole interessamento al buon esito della pratica.
Torneremo da lui per convincerlo dell'assurdità della
vicenda in generale e del rifiuto di concederci la
licenza in particolare, anche se è facilmente intuibile
che lo stesso Sindaco si sia lasciato prevaricare dalle
coop e dal partito comunista. In questa squallida
vicenda, emblema di coloro che ci amministrano, l'unica
nota positiva è data dal rifiuto di esprimere un parere
negativo da parte dei componenti del consiglio di
quartiere; infatti questi, avendo a capo il sig. Cassissa, comunista, ma galantuomo, non ha potuto
esprimere un voto favorevole come sarebbe stato suo
desiderio, del suo vice e di quasi tutti i membri del
consiglio stesso, perché il partito glielo ha vietato.
Noi avremmo l'intenzione di ricorrere al Tar assistiti
da uno dei migliori civilisti di Genova: l'Avv.
Professore Pericu Giuseppe» (allegato 19).
A ristrutturazione
dell'immobile compiuta, dopo una resistenza di due-tre
anni, Schiavoni mi convinse a rinunciare, a passare la
mano. Nelle trattative che seguirono con Coop Liguria,
questa insistette perché noi rinunciassimo anche al
nostro progetto sull'area ex Bocciardo, posizione
prestigiosa, ai piedi della Valbisagno. Scriveva
Schiavoni a Cordazzo in una lettera del 30 marzo 1988:
«... costantemente informato e dei colloqui e delle
ulteriori vostre richieste in aggiunta alla cessione Baldazzi: rinuncia Bocciardo, subentro Proget.
Cos'altro? (...) Così come ho detto per telefono a
Barberinil4, credo sia indispensabile
incontrarsi...» (allegato 20).
14
Ivano Barberini era, in quel periodo, presidente
dell'Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori
ANCC.
Il 5 aprile Cordazzo così
rispondeva a Schiavoni: «Fin dal primo incontro con Lei
manifestai il nostro interesse all'operazione
immobiliare ex Baldazzi se e in quanto collegabile
(nelle forme meglio viste) all'operazione Bocciardo: con
il dott. Corte abbiamo cercato di esplicitare "le forme
meglio viste" non raggiungendo ancora un'ipotesi
concreta e giuridicamente sostenibile» (allegalo 21).
Il 3 aprile 1989 il dottor
Schiavoni sottoscrisse un compromesso per la vendita a
Coop Liguria dell'immobile esistente, al puro costo
(documento a disposizione). Coop venne subito
immessa nel possesso della cosa compravenduta, un anno
prima del rogito, in modo da non perdere tempo
(allegato 22).
Il 30 marzo 1990, a rogito
notaio Sciello in Genova (documento a disposizione),
la proprietà fu trasferita a Coop, con atto di
vendita sottoscritto da Paolo De Gennis, tuttora
presente in qualità di vicepresidente di Esselunga. Egli
può testimoniare che in occasione del rogito gli fu
sottoposta ima dichiarazione che lui avrebbe dovuto
sottoscrivere e che ci impegnava a non prendere altre
iniziative in Liguria, De Gennis rifiutò.
Coop aprì quel supermercato nel
mese successivo. Di licenza di commercio, detta
''Tabella VIII", per Esselunga non se ne parlava
proprio. Come Coop la chiese, la ottenne al solito
fulmineamente.
Non abbiamo mai reso di
pubblico dominio questo sopruso, ma le dichiarazioni del
presidente dì Coop Liguria sopra riportate ci hanno
indotto a testimoniare un inconfutabile concerto.
Vogliamo, solo per la cronaca,
ricordare che, nella circostanza, l'assistenza legale ci
fu prestata dall'avvocato Giuseppe Pericu. Nel nostro
caso non ebbe gran successo. Successivamente divenne
sindaco di Genova ed in tale qualità, contestualmente a
Cordaio, dichiarava: «Il Comune deve saper scegliere
tutelando prioritariamente le esigenze di un equilibrato
e corretto sviluppo urbanistico, contemperando gli
interessi dei vari soggetti in campo e l'interesse
pubblico, il territorio della città non può essere
consideralo luogo di ricezione passiva, amorfa, di
interessi privati. D'altra parte si tratta di interessi
privati che spesso dispongono di efficaci strumenti di
persuasione» (vedere ancora allegalo 17).
Interessi privati? Non siamo
avvocati ma l'espressione «interessi privati in atti
d'ufficio» non ci è nuova. Escluso espressamente ogni
riferimento alla sua persona.
Ho lasciato all'ultimo posto
l'episodio di Genova anche perche, così, è più agevole
chiudere andando a vedere che cosa succede nella regione
ove la Coop del presidente Cordazzo, così bravo, come
vedremo, a fare propaganda politica, è riuscita a tenere
fuori - data la sua capacità di «rapportarsi con le
istituzioni» - ogni valido concorrente.
All'inizio del 2006, avendo in
programma l'apertura di un nostro negozio a La Spezia,
abbiamo incaricato una qualificata società francese di
rilevare lo stato del mercato in Liguria, raffrontato
con altre piazze. Lo abbiamo fatto due volte. II
risultato è stato sorprendente. In quella regione il
livello dei prezzi praticato dalla Coop e mediamente più
alto (di una percentuale variabile tra l'8,3 ed il 20,2)
che nelle altre piazze monitorate. In due tavole
sinottiche (allegali 23 e 24) diamo conto
della situazione delle due rilevazioni eseguite: la
prima nel febbraio 2006, la seconda nell'aprile
successivo.
Mi permetto di esporre più
prosaicamente il concetto espresso da Geminello Alvi
nella sua prefazione a proposito della concorrenza nel
nostro settore, ove dice che è "di prossimità". Più
terra terra, come si esplica dunque la concorrenza nel
commercio al dettaglio? Dove si è presenti (ecco la
"prossimità"), sì sviluppa come in ogni altra attività
economica: prezzi, qualità, assortimento, livello di
servizio, pubblicità, fidelizzazione, eccetera. Ma se la
strada è sbarrata, e di entrare a Genova, Livorno o
Modena non se ne parla neppure, lì ci sarà poco da
concorrere, né ora né per il futuro.
E allora questa non è più una
"distorsione della concorrenza". Questa è una
"distorsione permanente della concorrenza", una
"distorsione del territorio". Di più, mi sia consentito:
la distorsione dì una intera repubblica. I cooperatori
toscani chiamano questa mal-practice "controllo
del territorio", e lo sbandierano. Lo sbandierano nelle
loro assemblee, lo dichiarano agli impresari, ai
costruttori, ai quali è impedito di fare con noi
normalissimi affari.
L'ulteriore conseguenza è, ad
esempio, che alla fin fine l'operatore Cordazzo usa la
sua posizione per un qualcosa che di commerciale, di
servizio, di sociale ha ben poco. Di politico tanto,
come si evince da una lettera del 4 aprile 2006
(allegato 25) inviata a tutto il "suo" personale
nell'imminenza delle elezioni politiche. E fa sorridere
che egli scriva che «occorre una politica fiscale che
combatta l'evasione, l'economia sommersa, eccetera», lui
che, per decenni, ha operato senza tasse, senza dare il
minimo contributo alla collettività, approfittando dei
servizi - sicurezza, scuole, strade, giustizia e
quant'altro - semplicemente a sbafo15. E col
ministro dell'Economia in carica che dichiara al
Corriere della Sera, il 10 giugno 2007: «Le tasse
sono una delle migliori espressioni della convivenza
pacifica» (forse Padoa Schioppa voleva dire «convivenza
civile»).
Se almeno prezzi, qualità,
freschezza fossero a posto! Ma le visite che faccio al
"mio" scippato negozio di Genova Rivarolo, o a La
Spezia, o altrove in Liguria mi danno i brividi. E,
piaccia o non piaccia a Cordazzo, lo dichiaro
pubblicamente.
15
In Italia il taxpayer, il pagatore di tasse, è detto
tecnicamente "contribuente". Se contribuente non è,
cos'è? E' un Cordazzo.
5.
ALDO SOLDI E
ANCC
Aldo Soldi nasce a Piombino il
25 novembre 1951. Si iscrive al Partito Comunista
Italiano nel 1972. Inizia la sua vita di lavoro nel 1974
come impiegato del Comune di Piombino. Si laurea in
scienze politiche a Siena nel 1975. Sempre nel 1975, a
24 anni, entra a far parte del Consiglio di
amministrazione della Coop «La Proletaria» di Piombino
(poi Coop Tirreno, poi Coop Toscana Lazio, infine
Unicoop Tirreno).
Viene eletto consigliere
comunale di San Vincenzo (Livorno) nelle file del
Partito Comunista italiano e lo sarà per tre mandati.
Diventa segretario di una delle due sezioni PCI di San
Vincenzo. Via via, in Coop, è dirigente, direttore delle
relazioni esterne, direttore del personale,
vicepresidente. Infine, nel 1999, assume la presidenza
della cooperativa che, nel frattempo, ha cambiato più
volte nome.
Nel 2004 assurge alla
presidenza dell'Associazione Nazionale Cooperative
Consumatori (ANCC-Coop) ed è qui che lo incontriamo. Non
di persona, fortunatamente.
Come mai?
Aldo Saldi e
Romano Prodi
Questo non è un episodio di
bassa cucina come i precedenti. Qui siamo nell'alta
finanza, nella politica. Addirittura nei palazzi del
potere. La cosa si alza enormemente di livello. Infatti
costoro si muovono tanto in alto che, ormai, quando
festeggiano un loro anniversario, lo fanno al Quirinale,
quasi fossero una istituzione dello Stato. L'ultima
volta, il 15 gennaio 2007, Giuliano Poletti, il grande
presidente di Legacoop, ha brindato con Giorgio
Napolitano (allegati 26 e 27).
È così che noi, che eravamo
quasi caduti nell'abisso, veniamo catapultati da Soldi
lassù, poiché lui riesce a fare di noi, Esselunga, un
caso nazionale. Come mai, che cosa era successo? Tenterò
di essere sintetico, esemplificativo.
Nell'estate del 2003, allarmato
da troppi segnali, da fornitori, amici, clienti, volsi
uno sguardo indietro e dovetti constatare che l'azienda
era nei guai.
Col pretesto della Job
rotation, una direzione del personale senza
scrupoli, d'accordo con una "serpe" - dirigente
incaricato della gestione di tutti i prodotti deperibili
- alla quale si era dato potere dì vita e di morte,
accantonava, spintonava, scacciava persone validissime:
vecchi che avevano costruito l'azienda assieme a giovani
gagliardi che dal nuovo corso dissentivano. Espressione
più usata: «Farlo fuori». Talché ai vertici di settori
nevralgici l'azienda si ritrovava con individui di alta
incompetenza.
Direttori marketing che con l'e-commerce
riuscivano a perdere 60 miliardi di lire l'anno,
incapaci di scendere sul campo dell'operativo e dei
costi, erano in auge. E nella ridda di stupide e
dozzinali promozioni commerciali arrivarono a mettere,
centrale, sulla pagina pubblicitaria per Pasqua,
l'immagine di rotoli di carta igienica in offerta
speciale. In quell'occasione Marco Testa mi chiamò e mi
disse: «Abbiamo passato il segno, roba così non si può
più tollerare». Sull'annuncio c'era la firma della sua
agenzia, della Armando Testa, i suoi impiegati lo
avevano impaginato.
Un oscuro - in ogni senso -
giornalista pubblicista siciliano, sedicente esperto,
consulente in Esselunga a mia insaputa da cinque anni,
aveva letteralmente sovvertito la nostra rete di
vendita, una nostra specificità: quell'ingranaggio, per
così dire, che è la leva prima della nostra
performance quotidiana.
Non funzionava più niente.
In amministrazione, il
responsabile aveva sottoscritto contratti "derivativi",
in quel linguaggio inglese della finanza che neppure
conosceva, che ci costarono anch'essi una sessantina di
miliardi di lire.
Un famoso ricercatore di
mercato, incaricato di fare per noi la solita "ricerca
motivazionale", riuscì a "venderci" la tesi - poiché
pure lo pagammo - che i clienti, i consumatori, si
dividono in due grandi categorie: i "supermarkettisti",
che badano alla qualità e trascurano - addirittura non
ricordano - i prezzi, e gli "ipermarkettisti", per i
quali il prezzo è tutto. Secondo questo "ricercatore",
la clientela di Esselunga sarebbe "supermarkettista".
È così che trovai un'azienda
che non monitorava più la concorrenza; contavano
soltanto i prezzi di pochi articoli centrali, che so, la
solita Barilla, il resto non aveva importanza. Se ne era
fatto un credo, una verità rivelata. Avevamo sugli
scaffali l'Argentil a oltre 5 euro, il 30% in più
rispetto a rutti i concorrenti, anche i più scassati,
che l'avevano a 4. Eravamo diventati l'azienda più cara
del Paese, onusta di costi, consulenti, riunioni. Una
pacchia per la concorrenza, alla quale avevamo lasciato
uno spazio enorme.
Liberarsi di questo ciarpame
manageriale fu facile. I primi li caricammo, in una
bella mattina del gennaio 2004, su delle Mercedes blu,
con autista, una per ciascuno. Una cosa dignitosa. Anzi,
di riguardo. Gli altri uscirono alla spicciolata e solo
dopo, dalla documentazione rimasta, ebbimo la conferma e
le prove di chi fossero alcuni di loro. Con uno sforzo
enorme ricostruimmo l'azienda. Alcuni quarantenni,
trentenni, tornarono. Altri furono promossi. Poi - fu
solo fortuna? - nuove validissime figure entrarono a far
parte della squadra. Oggi è una squadra eccezionale.
Ma nel mio grandissimo dolore,
nella fatica immane, nell'estate 2004 fui colpito da una
grave malattia, la più grave della mia vita, ed in
ottobre, assente da tre mesi, quando ripresi un po' il
mio lavoro, ero l'ombra di me stesso.
Questa spiacevole digressione è
necessaria per capire il fatto. Un'azienda in crisi, un
vecchio che deve lasciare, un seguito - si pensa - che
non c'è: quale più facile preda? Anche gli "stranieri",
visto che già lo fanno costantemente, si interessavano
al mercato italiano.
Fatto sta che le voci, oggi li
chiamano rumours (chissà perché; è come il
board, i Consigli di amministrazione non esistono
più) ci bersagliavano da ogni parte. Attorno al vecchio
animale ferito l'assedio delle iene si fece
insopportabile. Con una strumentale "notizia" quotidiana
per farci apparire "venduti", data da una stampa
irresponsabile. O forse da una stampa manovrata ad arte
da chi ne ha il controllo. Condurre l'azienda in tale
incertezza divenne molto, molto duro. E doloroso.
Anche Coop, allarmata dalle
"notizie" di una vendita a stranieri, si agitò. E
furono le pubbliche, ripetute dichiarazioni del
presidente dell'ANCC, Aldo Soldi, a metterci proprio in
piazza. E ad accreditare in alto loco la tesi che
il passaggio dell'azienda in mano straniera sarebbe
stato una catastrofe per l'agricoltura e per
l'alimentare italiano.
Qualche esempio:
Aldo Soldi
presidente dell'Associazione
nazionale cooperative consumatori.
«Oltre a noi, credo che debba
essere preoccupata la nostra produzione nazionale che è
fatta in gran parte di piccole e medie aziende. (...) I
gruppi stranieri traggono la loro forza dal fatto di
fare accordi su scala mondiale» (Corriere della
Sera}.
«Ci sentiamo in diritto-dovere
di comprare Esselunga. E ci siamo candidati
ufficialmente» (Panorama Economy).
«Il sistema produttivo
italiano, specie quello agroalimentare che è fatto di
piccole e medie imprese, rischia di essere tagliato
fuori. Non siamo preoccupati della concorrenza ma per le
ricadute negative proprio nella produzione»
(L'Espresso).
«La
distribuzione ha un impatto diretto sulle piccole e
medie imprese nazionali. Nel senso che un supermercato
straniero tenderà a vendere prodotti stranieri» .(Corriere
della Sera).
«Una possibile vendita di
Esselunga a Tesco (...) creerebbe problemi non a Coop
ma alla piccola e media distribuzione del Paese»
(Corriere della Sera).
Pierluigi Bersani
responsabile economico dei
DS:
«Io credo che il sistema
amministrativo abbia anche delle leve in mano. Così come
il governo (...) di sicuro, nessuno entra in un mercato
a dispetto della sua classe dirigente, politica,
economica» (L'Unità).
Cesare Geronzi
presidente di istituti
bancari.
«Ha mai fatto una visita al
bancone di Auchan in Italia? Vada, vada di persona,
guardi quanti sono i prodotti francesi esposti e quanti
quelli italiani16. Mi dicono che Caprotti
voglia vendere, guai a perdere Esselunga, deve rimanere
in mani italiane. Mi sono spiegato?» (Panorama
Economy).
Paolo De Castro
ministro delle Politiche
agricole, di provenienza Nomisma:
«II rischio è che un
supermercato straniero tenda a vendere prodotti
stranieri oppure che strangoli i fornitori (cioè le
piccole aziende agricole locali)» (Corriere della
Sera).
Vincenzo Tassinari
presidente di Coop Italia,
intimidatorio:
«Se (...) Esselunga dovesse
essere l'ennesima impresa che finisce in mani straniere,
allora non mancheremo di far sentire di nuovo la nostra
voce (...)» (Consumatori Coop).
Ma chi poteva toccare l'apice?
Romano Prodi. Fra un attimo lo vedremo.
Va premesso che se da un lato -
attaccati in questo (nodo da costoro nonché da
giornalisti e sfrontati" finanzieri - ci trovammo soli,
chiusi nel nostro angolo, dall'altro avevamo fatto un
gran bel lavoro. E ricostruito l'azienda sia nella sua
componente umana sia nei metodi e processi. Ed il
progetto ai quale avevo dedicato gli ultimi quindici
anni del mio lavoro, il sogno lungamente accarezzato
prendeva ormai decisamente corpo con l'apertura di una
serie di sfavillanti superstores. Così avevo chiamato -
adottando la dizione squisitamente british -
questi grandi negozi ad alta specializzazione
alimentare, che avrebbero portato Esselunga di nuovo in
testa nella competizione della distribuzione al
dettaglio italiana.
Nel marzo 2005 eravamo pronti,
avevamo anche ripulito negozi, assortimenti e fornitori.
Demmo battaglia: battaglia commerciale, questa volta.
Giù i prezzi! La clientela, tanta era ormai perduta,
rispose gradualmente. All'inizio, nel fatturato, rimase
soltanto il buco di un ribasso di prezzi senza
precedenti. Alcuni fra di noi ebbero, siamo franchi,
paura. Io non un giorno. La macchina era pronta, il
mercato era lì, in attesa. E con l'inizio dell'autunno
cominciò il divertimento. La macchina iniziò a esprimere
tutto il rendimento per il quale era stata disegnata, il
motore "prese i giri". Esselunga tornava in pista,
tornava ad essere «Esselunga prezzi corti» (allegato
28).
16
Una ricerca condotta nel settembre 2006 da Panel
International sui prodotti alimentari francesi di marca
ha rilevato che la loro incidenza sugli assortimenti del
Largo Consumo Confezionato è pressoché identica nei
distributori italiani e francesi presenti in Italia,
cioè: Carrefour 2,94%, Auchan 2,93%, Esselunga 2,87%,
G.S. 2,84%. (documento a disposizione).
Ed eccoti Romano Prodi, che
inopinatamente, il 7 febbraio 2006, durante una puntata
di Porta a porta, non richiesto enuncia in
campagna elettorale l'obbligo per il governo - quale che
fosse, evidentemente - di «mettere insieme» Coop ed
Esselunga. In qualche modo: quale, non si sa. Dice così:
«Abbiamo le Coop, c'è ancora l'Esselunga». E,
all'incalzare di Bruno Vespa, continua: il governo «le
può mettere assieme, può aiutarle (...) a fare una
politica perché stiano assieme» (allegato 29).
A Prodi devo molto. Infatti, in
quel periodo per me tristissimo, avevo avuto qualche
cedimento. Di fronte all'incalzare di Coop ed al caldo
sostegno di miei legali per una vendita a Coop - proprio
nell'estate 2005 - qualche interrogativo me lo ero
posto. Mi dicevo: Esselunga è così robusta che costoro,
se la prendono, a demolirla ci mettono sette o otto
anni; o forse, appropriandosi delle sue tecnologie e dei
suoi metodi, se non del suo spirito, magari la
utilizzano per imparare, per donare.
Così, quando "il professore" se
ne uscì in Tv nel modo sopra detto, a parte il disgusto
per l'indelicatezza, decisi di chiedere a 220 persone
dell'azienda, dirigenti e quadri, che cosa pensassero di
un'eventuale cessione a Coop. Precisai che rispondere
non era obbligatorio. Soltanto sei non risposero. Ma
quali risposte ho avuto!
E grazie a Prodi ho capito:
loro, la mia gente, e non solo quelli che passano tanto
del loro tempo nei negozi nostri ed in quelli della
concorrenza, mi hanno illuminato. Ed ho poi trascorso
molti sabati dell'altra primavera a visitare negozi Coop
- non che già non li conoscessi - per cercare di capire
meglio ancora, come facevo quarant'anni fa quando andavo
a Mosca o a Berlino.
Ne sono uscito vaccinato. Vi ho
anche portato con me qualche santone dell'italico
pensiero, di quelli che tranciano giudizi ma la trincea
non l'hanno mai vista. Siamo in Italia, mica in America,
sul campo non si scende. Soltanto carta, e tavole
rotonde.
Esselunga, intanto, era
diventata sempre più efficiente, addirittura
effervescente. E ho capito Soldi ed i suoi adepti.
Poiché è opinabile che Coop possa tener testa ad una
concorrenza performante. Dietro tutta la loro
propaganda, sta la paura di non essere all'altezza ed il
tentativo di trovare delle vie di fuga: farmaci,
benzina, telefonini, energia. Hanno ragione. Il meno che
si possa dire, in americano, è che sono dei poor
operators. Non temiamo querele. Possiamo dimostrarlo
numeri alla mano.
Sabato 9 giugno 2007 abbiamo
partecipato come soci all'assemblea di Unicoop Firenze
per l'approvazione del bilancio 2006.
Divenire membri di questo club
non comporta difficili qualification, come dicono
gli inglesi. Né quattro quarti di nobiltà, né grandi
gesta in battaglia. Neppure l'eccellenza nelle
professioni o nell'impresa. Assolutamente niente, è più
o meno come andare a prendere una pizza.
Così, abbiamo presenziato. Nel
nuovo, grandioso teatro Saschall di Firenze, ci saranno
state 1.500 persone, una percentuale minima di
partecipanti sul milione di soci di Unicoop Firenze. Un
pubblico vetero, vetero in tutto. Di età, di
appartenenza, di fede. Antica. Un pubblico di credenti.
Pochi i giovani presenti.
Nell'applauso dei fedeli
abbiamo annotato questi dati:
Soci: 1 milione.
Vendite: 2 miliardi.
Utile: 25 milioni.
"Prestito sociale" l7:
2 miliardi e 700 milioni, diciamo 5.200 miliardi di lire
di una volta, raccolti dai soci consumatori, come una
vera e propria banca. Una cassa enorme, liberamente
spendibile.
Anche all'occhio del più
sprovveduto, appare subito l'esiguità dell'utile. È
chiaro che se non ci fossero i proventi finanziari del
"prestito sociale", il bilancio andrebbe drammaticamente
in perdita.
E allora?
Se questa stortura tutta
italiana, il "prestito sociale" - il Paese di storture
vive, d'accordo - venisse meno? Come prima o poi
ineluttabilmente accadrà?
I miei compagni di avventura
non so. Ma io, vecchio di tante esperienze fiorentine,
sono stato colto da un dubbio: che Turiddo Campaini sia
tornato a passare qualche notte insonne? Come nel bel
tempo andato?
Mi riferisco alle sue
dichiarazioni a La Repubblica dell'autunno scorso
(allegato 30),
quando assicurava che per causa nostra non chiudeva
occhio.
Perché allora sarebbe chiaro,
lampante ciò che inspiegabilmente sta accadendo, dopo
tanto tempo, in Esselunga e particolarmente in Toscana,
ed il contestuale battage giornalistico.
Da almeno tre mesi, dall'aprile
2007, siamo in "agitazione". "Agitazione" pretestuosa,
soprattutto in Toscana. Però, per il sabato di Pasqua, 7
aprile 2007, è stato dichiarato uno sciopero in tutta
l'Esselunga.
17
Nell'appendice, il "prestito sociale" viene illustrato
propriamente.
Diamo fastidio. Ed allora che
cosa c'è di più facile e di più naturale, per una
"parrocchia" che è parte di un organismo tanto
articolato, tanto pervadente, di chiedere una mano
all'altra ''parrocchia''? Non è torse della stessa
"chiesa"?
Con una stampa compiacente che
propaganda alla Goebbels l'"agitazione" su 4 colonne, ed
annuncia un nuovo sciopero per un sabato a venire, che
poi non riuscirà per mancanza di adesioni? Tra decine
di articoli, ne presentiamo un paio:
Il
Tirreno: «Esselunga, sciopero e tensione.
Volantinaggio di lavoratori, arrivano i carabinieri»
(allegato 31).
La Nazione:
«Braccio di Ferro all'Esselunga. Proseguono gli
scioperi e le assemblee» (allegato 32).
Roba di vecchia data, roba da
Pravda. Certo, come minimo, c'è da restare
interdetti. Ancora? Dopo 20, 30 anni?
Eppure: Turiddo non dorme, i
sindacati si agitano, la stampa ci sguazza (documenti
a disposizione).
E noi possiamo solo ringraziare
per la sua perspicacia il caro, insostituibile compagno
di tante giornate di caccia, di tante albe vissute nei
supermercati, l'amico di tanti anni, il prezioso
collaboratore, Ferdinando Schiavoni. Lui aveva capito.
RICONOSCIMENTO
Al termine di questa parziale
ma documentata esposizione, riteniamo di dover
riconoscere che, fra questi "diversi", questi
"democratici", abbiamo incontrato, nella pubblica
amministrazione, molte persone normali. A Castellanza
(Varese), a Castelletto Ticino (Novara), ad Asti, a
Viareggio, a Camaiore... Di ciò diamo atto con piacere.
Con queste persone corrette, leali, capaci, anche
simpatiche, abbiamo lavorato nel reciproco rispetto e
nell'interesse delle comunità e dell'impresa. Che, con i
suoi 17.000 addetti, 4 milioni di clienti, migliaia di
fornitori - e le sue brave tasse - della comunità è
parte.
A loro ed a tanti altri un
grazie sincero.
Tutti noi di
Esselunga
Limito, giugno 2007
APPENDICE
LA COOP SEI TU?
CONOSCIAMOCI DI
PIÙ!
di Stefano
Filippi
Il diessino Pierluigi Bersani,
ministro emiliano che le conosce come nessun altro, ha
coniato per le Coop rosse un'espressione botanica. Le ha
definite «una varietà biologica fondamentale italiana».
Ne ha parlato come fossero una specie in via di
estinzione, una rarità da proteggere, giacché questo
«presidio costituzionale» in grave pericolo non pensa
soltanto al profitto - come l'impresa capitalistica - ma
«cresce per istinto in quanto non ha padroni e reinveste
gli utili». Il ministro Bersani racconta la favola bella
di un sistema disinteressato al business. In realtà,
attorno alla Lega delle Cooperative ruotano ogni anno
qualcosa come 118 miliardi di euro, pari a 228.000
miliardi di vecchie lire.
Il presidente nazionale dell'UNCI
(Unione Nazionale Cooperative Italiane), Luciano D'Ulizia,
che è anche deputato eletto con l'Italia dei Valori di
Antonio Di Pietro, lo scorso anno ha presentato
un'interrogazione parlamentare sulle misure di sostegno
a favore delle imprese cooperative, alla quale durante
il question time nell'aula di Montecitorio,
trasmesso in diretta televisiva da Raidue, ha risposto
il vicepresidente del Consiglio dei ministri, Massimo
D'Alema, in persona. In quell'occasione è stato ribadito
che quello «imprenditoriale cooperativo è un sistema
d'eccellenza, dato confermato anche dai rapporti Censis
e Unioncamere, in grado di creare entro il 2006 103.310
nuovi posti di lavoro, ossia il 40% della nuova
occupazione, con un contributo al PIL nazionale pari a
circa 1'8%». In Italia il valore del PIL ai prezzi di
mercato lo scorso anno è stato pari a oltre 1.475
miliardi di euro correnti. Ed ecco spiegati i 118
miliardi di euro di cui sopra.
In altre occasioni l'universo
della cooperazione s'è vantato d'aver raddoppiato il
personale nell'ultimo decennio, arrivando a un milione
di dipendenti (oltre 400.000 gli occupati registrati
dalle nove associazioni di settore della sola Legacoop).
Il personale dell'intero gruppo FIAT in Italia, al 31
dicembre 2006, era pari a 75.751 unità. Tredici volte di
meno.
I settori in cui la Lega delle
Cooperative è presente comprendono non soltanto la
distribuzione alimentare e le assicurazioni (i più noti
al grande pubblico), ma anche le costruzioni edili,
l'agroalimentare, i servizi, i macchinari industriali,
il turismo, la pesca, ìl mercato abitativo. Da ultimo,
persino i telefonini.
Nuovi orizzonti, come la
distribuzione farmaceutica e la vendita di carburante,
sono stati spalancati dai governo di
centrosinistra.
Le Coop competono con le altre
imprese pubbliche e private, grandi e piccole, spinte da
una serie impressionante di vantaggi: pagano un terzo
delle tasse che è costretta a versare un'impresa
normale, non sono scalabili, in alcuni casi non sono
neppure tenute a rispettare l'articolo 18 dello Statuto
dei lavoratori (quello sui licenziamenti).
Le Coop, insomma, sono un
colosso ramificato che controlla ampi settori
dell'economia italiana grazie alla saldatura con quello
che era il Partito Comunista Italiano. Un potente
agglomerato politico-affaristico in cui ben poco è
rimasto del solidarismo delle origini.
Da Rochdale a
Bologna
La Legacoop nacque nel 1886.
Allora si chiamava ancora Federazione Nazionale delle
Cooperative. In quegli sgoccioli di Ottocento non era
certo il potentato che sarebbe diventato nel secolo
successivo. L'organizzazione radunava le società
mutualistiche italiane sorte sulla scia dei "Probi
pionieri di Rochdale", cioè il gruppo di 28 lavoratori
inglesi che il 23 ottobre 1844 fondarono la prima
cooperativa. Lo scopo - sono parole loro - era quello
«di adottare provvedimenti per assicurare il benessere
materiale e migliorare le condizioni familiari e sociali
dei soci». In Italia i primi a rifarsi all'esperienza
nata nel sobborgo di Manchester furono gli operai
piemontesi che istituirono il Magazzino di Previdenza di
Torino, una cooperativa di consumo sorta nel 1854. Due
anni più tardi ad Altare, in provincia di Savona, vide
la luce la Artistica Vetraria, una cooperativa di
lavoro.
Siamo lontanissimi dall'assetto
che Legacoop avrebbe assunto nel tempo, cioè di
principale cinghia dì trasmissione del PCI: più dei
sindacati, dei circoli culturali, dei dopolavori
ricreativi. La seconda metà dell'Ottocento è ancora
l'epoca delle grandi teorie economiche, delle
riflessioni sul rapporto tra capitale e lavoro, e la
cooperazione sembra offrire risposte a questioni sia
pratiche e immediate, come la disoccupazione e il
carovita, sia teoriche. Giuseppe Mazzini, per esempio,
vedeva in essa una sintesi ideale per cui capitale e
lavoro sarebbero potuti confluire «in un'unica mano».
Dal 10 al 13 ottobre 1886, 100
delegati in rappresentanza di 248 società e 70.000 soci
si riunirono in un congresso a Milano per organizzare il
movimento cooperativo. Nacque così la Federazione
Nazionale delle Cooperative, che sette anni più tardi si
sarebbe trasformata in Lega delle Cooperative. Al suo
interno trovavano espressione entrambe le tradizioni
mutualistiche, quella socialista e quella cattolica. La
divisione fra le due componenti fu sancita nel 1919, al
termine della Grande Guerra: i cattolici se ne andarono
nella Confederazione delle Cooperative Italiane mentre i
laico-socialisti restarono nella Lega, che sarebbe stata
sciolta durante il fascismo.
Ma il vero boom della
cosiddetta economia solidaristica si registrò nel
secondo dopoguerra soprattutto grazie all'articolo 45
della Costituzione, che «riconosce la funzione sociale
della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini
di speculazione privata, ne promuove e favorisce
l'incremento con i mezzi più idonei». Nell'Italia del
miracolo economico, il "partito" che fu di Antonio
Granisci e Palmiro Togliatti pigiò sull'acceleratore.
Fece delle Coop il trait d'union più affidabile
tra le Botteghe Oscure e la società civile, una fonte di
consenso, di fiancheggiamento politico e di controllo
sociale. Lo si constata bene oggi che il sindacato perde
iscritti e consensi e i circoli ricreativi chiudono per
mancanza di frequentatori, mentre Legacoop si consolida
come un impero economico che possiede assicurazioni e
supermercati, costruisce case e autostrade, gestisce
telefonini e organizza vacanze, produce cibo ed è
presente in Borsa, fa sentire il suo peso sull'azione
dei governi ed entra nei principali affari
economico-finanziari del Paese.
La terza impresa
italiana
Per fatturato, il gruppo
Legacoop è la terza impresa italiana, con oltre 50
miliardi di euro, dopo ENI e FIAT-IFI. Da lavoro a circa
415.000 persone. È la prima associazione italiana, con
più di 7.700.000 iscritti (che fungono anche da
impiegati e clienti), due milioni più della CGIL e tre
più della CISL. Ha una struttura estremamente ramificata
perché vende di tutto. È presente in Borsa con alcune
società, tra cui spiccano le assicurazioni Unipol,
l'immobiliare IGD (controllata da Coop Adriatica e
Unicoop Tirreno), la Negri Bossi (che fa capo alla Sacmi
di Imola) e Servizi Italia (Coopservice dì Reggio
Emilia). Unipol e IGD nel 2006 hanno incrementato la
loro capitalizzazione a Piazza Affari per più di un
miliardo di euro a testa; IGD ha addirittura fatto
registrare l'incremento percentuale più elevato di tutti
i titoli del listino (+ 82,06%).
Sarebbe però arbitrario dedurne
che la Legacoop abbia accettato i rischi connessi al
mercato borsistico. Scalare Unipol e IGD è impossibile
in virtù di un sistema che viene definito di
"autocontrollo circolare". Controllati e controllori
sono sempre gli stessi.
Nelle grandi vicende economiche
italiane la holding presieduta da Giuliano Poletti è
sempre presente. I suoi campi d'azione consolidati sono
tre: l'agroalimentare, le costruzioni e soprattutto la
grande distribuzione organizzata. A Legacoop aderiscono
colossi come Granarolo (latticini), che dopo aver
acquisito la Centrale del Latte di Milano, gli yogurt
Yomo e le mozzarelle Pettinicchio ha puntato anche su
Parmalat; giganti della ristorazione collettiva come
Camst e Cir Food, leader in Italia, forti in Europa e
presenti anche in altri continenti. Nel comparto
edilizio, realtà come Consorzio Cooperative Costruzioni
di Bologna (CCC), Cooperativa Muratori e Cementisti di
Ravenna (CMC), Coopsette sono tra le maggiori imprese
nazionali, Delle prime 30 aziende italiane specializzate
in grandi opere, 12 sono cooperative e 10 appartengono
alla galassia Legacoop.
Quanto alla grande
distribuzione organizzata (GDO, in gergo tecnico), la
sua importanza può essere riassunta in questi dati:
essa rappresenta il 42% del fatturato di Legacoop e
raggruppa l'82 % delle cooperative iscritte. A ciò si
aggiunga che le cooperative di consumo e della grande
distribuzione (le "nove sorelle" del marchio Coop e i
supermercati Conad) sono in posizione dì assoluta
predominanza nelle regioni d'Italia in cui operano.
L'ultimo business, come s'è
detto, appare quello assai promettente della telefonia
mobile. Grazie a un accordo con Telecom Italia, la Coop
è diventata il primo operatore virtuale in grado di
fornire una propria gamma di servizi, con tariffe
agevolate per i soci. Con il marchio Coopvoce, nei
supermercati della catena si acquistano e ricaricano
schede di telefonini con prefissi dedicati, si ottiene
assistenza e si fa concorrenza agli altri operatori
mobili.
La crescita delle "nove
sorelle" è strettamente connessa agli uomini che le
hanno pilotate. In particolare a quattro personaggi,
quattro manager piazzati nei posti chiave nelle zone più
importanti: Pierluigi Stefanini (Coop Adriatica) e Mario
Zucchelli (Coop Estense) in Emilia, Turiddo Campaini (Unicoop
Firenze) in Toscana e Bruno Cordazzo (Coop Liguria) in
Liguria. Ognuno di loro è un pezzo di storia di Legacoop.
Zucchelli, dagli
Appennini alle Murge
Mario Zucchelli, nato il 23
gennaio 1946 a Castelfranco Emilia (Modena), laurea in
economia e commercio conseguita sotto la Ghirlandina con
tesi sulla cooperazione di consumo nel Modenese, entrò
nelle Coop a 28 anni. A 38 era già presidente di Coop
Modena. Con l'assorbimento di Coop Ferrara, diede vita a
Coop Estense. Ne divenne presidente il 1° aprile 1989,
sei mesi prima che cadesse il Muro dì Berlino, e lo è
tuttora. Gli piacciono il teatro, la pallavolo, la pesca
sportiva.
Fu lui nel 1996 a volere
l'espansione di Coop Estense in Puglia, partendo
dall'acquisizione di negozi Pam e Coin: in 12 mesi aveva
già raccolto 24.000 soci, saliti a 219.000 nel 2006.
Numero elevatissimo, se confrontato con quello dei soci
nelle province "storiche": 100.000 a Ferrara e 230.000 a
Modena. Ancora Zucchelli, assieme a Stefanini, ha
lanciato il primo fondo immobiliare italiano
specializzato nella grande distribuzione, il fondo
chiuso Estense grande distribuzione, che investe in
immobili commerciali (iper e supermercati).
«Un'operazione innovativa che servirà per finanziare lo
sviluppo di Coop Estense», spiegò a suo tempo.
Zucchelli è stato il più pronto
anche a sfruttare la possibilità (ipotizzata e messa a
punto proprio dalle Coop, quindi pedissequamente
tradotta in legge dal secondo governo Prodi con i
decreti Bersani) di vendere farmaci da banco nei
supermercati. Non a caso i primi negozi Coop in grado di
commercializzare medicine sono stati quelli di Carpi,
Ferrara e Bari, tutti e tre appartenenti a Coop Estense.
La quale adesso occupa il terzo posto nella top ten
delle cooperative italiane (fatturato di 1.281 milioni
di euro nel 2006 con 48 punti vendita), dietro a Unicoop
Firenze e Coop Adriatica, e il secondo tra tutte le
aziende della provincia di Modena, preceduta soltanto
dalla Ferrari di Maranello.
Nel 1997 il curriculum di
Zucchelli fu macchiato da una multa inflittagli
dall'allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi.
Zucchelli sedeva allora nel consiglio di
amministrazione della BANEC (Banca dell'Economia
Cooperativa, in seguito trasformata in Unipol Banca),
punita per «carenze nell'attività di controllo da parte
del collegio sindacale, degli amministratori e del
direttore» accertate da un'ispezione della Banca
d'Italia. Le multe colpirono Consiglio
d'amministrazione, direttore e sindaci. Di BANEC, Zucchelli era stato anche presidente dopo
l'estromissione nel 1992 dei vertici, Pietro Verzelletti e Gilberto Sbrighi, allontanati per
operazioni in valuta che con la svalutazione della lira
si tradussero in minusvalenze stimate tra i 15 e i 20
miliardi di lire. Il numero uno di Coop Estense prese le
redini di BANEC in quanto vicepresidente in carica,
consigliere di amministrazione di Fincooper (il
consorzio finanziario della Legacoop) e uomo di assoluta
fiducia degli uomini della finanza rossa.
Fiducia attestata dalla ricca
collezione di board cooperativi che Zucchelli può
sfoggiare: presidente di Finpar Spa (finanziaria del
gruppo Coop Estense), vicepresidente di Sofìnco Spa e
Finube Spa (altre finanziarie controllate da Coop
Estense che gestiscono una serie di partecipazioni),
consigliere di Unipol Merchant Spa, Finec Holding Spa,
Holmo Spa e Finsoe Spa fino agli inizi del gennaio 2006,
nel pieno dello scandalo Unipol. Poi Zucchelli è
diventato presidente di Holmo, la holding finanziaria
(posseduta al 100% da 43 cooperative) che, tramite
Finsoe, controlla la compagnia assicurativa rossa.
Campaini,
l'inossidabile Cuccia toscano
L'hanno battezzato il Cuccia
rosso che viaggia in seconda classe. L'hanno dipinto
come il manager che difende l'autonomia delle Coop
dall'invadenza del "partito" (PCI prima, PDS poi, DS
adesso, PD presto), che da Firenze incrocia le lame con
le Coop di Bologna, che ha rifiutato gli inviti a
entrare in politica per restare vicino alle sue
creature, che tesse rapporti estesi fino alle
parrocchie e all'arcivescovado di Firenze.
Basso profilo e poche parole,
Turiddo Campaini, classe 1940, fiorentino di Montelupo
trapiantato a Empoli, è diventato un personaggio famoso
soltanto a 65 anni, agli inizi del gennaio divergenze
con Stefanini, e da allora è tornato nell'ombra.
Campaini ha messo piede nelle
Coop nel 1963, a 23 anni. Lavorava in una vetreria di
Empoli e fu assunto alla Cooperativa del Popolo di
Empoli. In breve divenne direttore amministrativo,
introdusse il controllo di gestione, ancora sconosciuto,
e allargò la rete di vendita. Fu nominato presidente nel
1971; due anni dopo guidò la fusione con la Toscocoop,
fece nascere Unicoop Firenze e vi si insediò al vertice.
Era il 1973: alla Casa Bianca risiedeva Richard Nixon,
al Cremlino Leonid Brezhnev, il Palazzo dell'Assemblea
del Popolo di Pechino era ancora presidiato da Mao
Tse-tung, il generale Augusto Pinochet assaltava la
Moneda, a Palazzo Chigi il Rumor IV dava il cambio
all'Andreotti II, sul soglio di San Pietro sedeva Paolo
VI. Un altro mondo. Poche poltrone non hanno mai mutato
occupante da allora: tra queste, lo scranne del
presidente di Unicoop Firenze. Che sta ancora seduto lì.
Quella di Campami è la prima
Coop di consumo d'Italia: un fatturato di quasi due
miliardi di euro nel 2006, altri 2,7 miliardi di euro
raggranellati tramite il prestito sociale, un centinaio
di punti vendita, quasi 7.500 dipendenti e un numero dì
soci vicino al milione tra i 2.600.000 abitanti delle
sette province toscane dove è presente. Dunque, in
queste aree il 70% delle famiglie e il 38% dei residenti
è socio di Campami. Il quale, dopo avere consolidato la
sua azienda nel settore distributivo alimentare, ne ha
diversificato le attività entrando in due fiorenti
settori: il bricolage (con l'acquisizione, avvenuta nel
2002 per 80 miliardi di lire, del 70% di OBI Italia, una
delle grandi catene europee di magazzini per il fai da
te) e l'elettronica di consumo.
Al 50% con Consum.it, la
società della banca Monte dei Paschi di Siena che opera
nel credito al consumo, la società di Campami ha
costituito nel 2005 Integra Spa per lanciare nuovi
strumenti finanziari destinati ai Soci, in particolare
carte di pagamento.
Si favoleggia dell'indipendenza
di Campami dal PCI-PDS-DS. I suoi agiografi,
dimenticando che fu consigliere comunale PCI a Empoli
tra il 1980 e l'85, alimentano il mito del cooperatore
tutto d'un pezzo raccontando la polemica che a metà
degli anni '90 lo contrappose alla Regione Toscana,
amministrazione rossa accusata di bloccare il piano
della grande distribuzione. Il problema era che il
presidente Unicoop cercava sbocchi di investimento per
una grande quantità di denaro raccolto tramite il
prestito sociale remunerato a tassi elevatissimi: una
riserva, già a quell'epoca, di circa 1.500 miliardi di
lire che poteva dare luogo a un piano di investimenti
triennale di 500 miliardi l'anno. Somme iperboliche
ottenute senza mettere piede in banca.
Egli chiama questa raccolta
"finanza popolare". Gli piace tanto. Quando ascese ai
vertici dell'Unipol squassata dagli intrighi dei suoi
grandi avversati Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti
(era il 9 gennaio 2006), il numero uno delle Coop
toscane tuonò: "Basta parlare di finanza rossa, noi
siamo una finanza al servizio della gente senza una
caratterizzazione precisa. Sarebbe ora di finirla di
attribuire un colore politico al movimento cooperativo
e alla sua parte finanziaria, che già oggi è riuscito a
debellare il virus che lo aveva colpito e ora sta
cercando un vaccino che impedisca a virus dello stesso
ceppo di attaccarlo in futuro. La sintesi tra finanza
rossa e cooperative rosse dice tanto, ma sono
definizioni sbagliate, o quantomeno non corrispondenti
alla realtà. La finanza non è una cosa vicina a una
parte politica, ma agli interessi generali, agli
interessi di persone nostre associate".
Pochi giorni dopo, Campaini
giunse a ipotizzare una fusione tra Coop rosse e
bianche. Cioè, stanti i rapporti di forza,
l'assorbimento delle seconde nelle prime. «I tempi sono
maturi, il Muro di Berlino è crollato da un pezzo»,
argomentò. «È venuto il momento di una fusione tra Legacoop e Confcooperative. La nostra gente la vuole e
noi ci dobbiamo arrivare al più presto; la distinzione
tra bianchi e rossi non ha più alcun senso, i nostri
soci non la sentono più da anni e sanno che i vecchi
steccati riguardano ideologìe ormai tramontate, a
cominciare dal comunismo».
Ma Campaini ha retto pochi mesi
sul ponte di comando di Finsoe: a fine agosto del 2006
ha annunciato le dimissioni. Ufficialmente l'addio
sarebbe legato alla conclusione del mandato di
"traghettatore" in Unipol che Legacoop gli aveva
assegnato, in diretta contrapposizione con la gestione
Consorte-Sacchetti. Campaini era sempre stato contrario
(e non l'aveva mai nascosto) alla scalata
dell'assicurazione alla BNL. «Io non ci sto, devi
rassegnarti all'idea che non sono scalabile»; con queste
parole, riferiscono i giornali, Campaini stoppò
l'insistenza con cui Consorte voleva trainarlo nella
conquista della banca romana. E dopo il passo indietro,
il manager toscano partì alla controffensiva acquistando
pacchetti di azioni del Montepaschi, banca di cui era
già consigliere, rafforzando la partecipazione di
Unicoop Firenze fino a raggiungere il 2,99%.
In realtà, dietro il suo "gran
rifiuto" non c'è la "viltade" che secondo Dante
attanagliò Celestino V ma, più semplicemente,
l'inversione dei rapporti di forza tra le Coop dell'asse
appenninico tosco-emiliano. Al momento di insediare i
nuovi vertici del gruppo Unipol dopo l'insuccesso
dell'operazione BNL e l'apertura delle inchieste
giudiziarie che avevano travolto Consorte, a Campami (Unicoop
Toscana) era toccata Finsoe, cioè la holding
controllante di cui Montepaschi possiede il 27%, mentre
a Stefanini (Coop Adriatìca) la controllata. Questa
scelta fu interpretata come una vittoria dei toscani
sugli emiliani nella lotta intestina a Legacoop.
Nei pochi mesi di coabitazione,
tuttavia, Campami ha perso due battaglie: è fallito il
tentativo di integrare Unipol e Montepaschi che doveva
essere realizzato «in tempi brevi, entro l'estate»; ma
soprattutto è arrivato, mal digerito, il nuovo
amministratore delegato di Unipol, Carlo Salvatori,
scelto in totale autonomia dai bolognesi. E da Holmo, la
capofila guidata da Zucchetti, è arrivato su Campami il
colpo di grazia, cioè l'ipotesi di ridisegnare la catena
di controllo accorpando Finsoe nella holding madre.
Prima di restare stritolato nella morsa degli emiliani,
Campami ha preso cappello ed è tornato a Firenze.
Le Coop sono una fede, per
Campami. Per lui devono sì «guardare al mercato», ma
«non solo con una logica di profitto. Gli strumenti del
movimento cooperativo vanno considerati come tali, e non
semplicemente come strumenti di accumulazione». A
questa specie di missione il presidente di Unicoop
Firenze assolve con un rigore ascetico di stampo
khomeinista, in modo da non alimentare le invidie che lo
smisurato potere concentrato nelle sue mani
inevitabilmente gli attira. Ogni mattina attorno alle 7
esce dalla casa di Empoli dove vive con la moglie e la
madre, si mette alla guida di una Audi 4 oppure sale su
una carrozza di seconda classe del treno
regionale, e raggiunge l'ufficio nel centro di Firenze.
Un rituale che Campami ha assorbito dal suo maestro,
Duilio Susini, figura storica della cooperazione
toscana, l'uomo che negli anni '60 fece infuriare il PCI
con l'idea di unire le cooperative del popolo e aprire i
supermercati.
Susini era iscritto al
"partito" comunista, fu consigliere comunale e
assessore a Empoli per vari mandati. Come lui, anche
Campami è stato consigliere comunale del PCI. Ama il
calcio e la musica, non ha telefonino aziendale,
incassa circa 120.000 euro lordi di stipendio annuo,
mangia in mensa. L'unica imperfezione è nel nome: il
papa, che amava i melodrammi del livornese Pietro
Mascagni, voleva chiamarlo Turiddu come il giovane
contadino della Cavalleria rusticana, ma
l'impiegato dell'anagrafe dì Montelupo non era un
melomane e sbagliò l'ultima vocale. E fu per sempre
Turiddo.
Gli chiesero di diventare
azionista dell'Unità, di accettare un seggio
blindato in Parlamento, di candidarsi a sindaco di
Firenze. Ha sempre rifiutato. Non sarebbe stato né il
primo né l'ultimo manager Coop a infilarsi nelle porte
girevoli che mettono in comunicazione "partito", società
mutualistiche e cariche politiche o amministrative. Non
voleva diventare un nuovo Lanfranco Turci, che fu
presidente della Giunta regionale dell'Emilia Romagna,
presidente nazionale di Legacoop e senatore ulivista.
Campami è rimasto avvitato sulla sua poltrona. Forse per
approfondire i] solco con i cooperatori emiliani. O
forse per non abbandonare la sua coperta dì Linus. La
sua Coop.
Cordazzo,
bussare e non entrare
Bussare prima di entrare è una
elementare regola di buona educazione, che però non si
applica agli affari. Bruno Cordazzo, presidente di Coop
Liguria, non la pensa così. 1 concorrenti devono
«chiedere permesso» a lui se vogliono mettere piede nel
suo regno commerciale. I cui confini egli identifica con
l'orografìa della Liguria. In pratica s'è annesso la
carta geografica.
Cordazzo è il manager che ha
finalmente disvelato il segreto del successo delle Coop:
esse prevalgono, ha spiegato al Secolo XIX di
Genova, perché «curano i rapporti con le istituzioni,
non certo per favoritismi», e perché «costruiscono nel
tempo» una trama di relazioni da far fruttare al momento
giusto. Gli altri operatori dovrebbero imparare da loro
a «non fare la voce grossa» con le amministrazioni
locali. Dunque «rivendicare con garbo i propri diritti,
se si pensa di averne».
Cordazzo è ligure di Chiavar!,
dove è nato il 24 giugno 1943. Tutta la sua carriera si
è sviluppata nella cooperazione, inizialmente all'ombra
di Remo Checconi, ora presidente onorario. Il suo nome è
legato all'imponente sviluppo di Coop Liguria, che sotto
la sua guida è diventata un colosso: 40 punti vendita
distribuiti anche nel confinante Basso Piemonte, un giro
d'affari di poco inferiore a 700 milioni di euro, 3.000
dipendenti e 450.000 soci: numero altissimo, il 28%
degli abitanti della regione, che sono circa 1.600.000.
Più di un cittadino ligure su quattro - e un adulto su
tre - è socio di Cordazzo: un quasi monopolio.
Gli piacciono le iniziative
culturali. Fu tra i maggiori sostenitori delle
manifestazioni per "Genova 2004 capitale europea della
cultura"; è tra i promotori del premio Colombe d'oro per
la pace, i cui riconoscimenti vengono consegnati dai
Presidente della Repubblica; sempre nel 2004 ha
scritturato lo scenografo e costumista Lele Luttazzi
per ideare una campagna pubblicitaria intitolata
Pulcinella e il Mediterraneo, naturalmente
presentata alla festa dell'Unità e dedicata al cibo come
veicolo di cultura tra i popoli.
Ma la vera passione del
presidente di Coop Liguria è la finanza. È consigliere
di Ligurpart Spa, società finanziaria controllata da
Coop Liguria per conto della quale assume e gestisce
partecipazioni azionarie, e di Coopfond Spa, la società
che gestisce il fondo mutualistico per la promozione
cooperativa alimentato dal 3% degli utili annuali delle
cooperative aderenti a Legacoop, che ne è l'unico
azionista. Non gli è sfuggita neppure l'importanza delle
alleanze bancarie. È stato lui a portare Coop Liguria
(assieme a Coopsette) nel salotto buono degli azionisti
di Banca Carige, di cui detiene poco meno del 2%. Come
rappresentante di questa quota, nel Consiglio di
amministrazione dell'istituto e nel comitato esecutivo
siede Remo Checconi, presidente onorario di Coop
Liguria. Sempre Cordazzo ha orchestrato l'ingresso della
sua Coop nell'azionariato di BNL con un 3,99%.
Questa percentuale ebbe il suo
peso ai tempi della scalata Unipol. Bruno Cordazzo,
infatti, è consigliere di amministrazione (indipendente
e non esecutivo) del gruppo assicurativo a lungo guidato
da Consorte. Proprio quest'ultimo, a metà 2005, chiese a
quattro Coop di spalleggiarlo nella scalata a BNL:
Adriatica (Stefanini), Estense (Zucchelli), la
piemontese Novacoop e infine la stessa Liguria, l'unica
che fosse azionista stabile di una banca, appunto
Carige. «Coop che fanno capo a Stefanini», disse nei
colloqui intercettati.
Nei drammatici mesi che
seguirono, Cordazzo prima fece quadrato attorno all'ex
numero uno della compagnia, esprimendo «fiducia nel
management», invocando «coesione» e difendendo la
«legittimità» dell'operazione; poi però fece dietrofront
affermando che era stato «violato il codice etico».
Qualcuno aveva anche sospettato
che fossero state le Coop a indurre Carige a entrare nel
patto di sindacato di cui facevano parte Unipol, Hopa e
le altre Coop per acquisire il controllo di BNL; del
resto l'istituto genovese era già azionista della banca
romana con l'l,99%. Cordazzo smenti: «Cosa volete che
prospettiamo noi, sono scelte autonome di Carige».
Non si è però tirato indietro
alla vigilia delle elezioni politiche 2006, quando ha
spedito un appello alle migliaia di suoi dipendenti.
L'invito contenuto nella circolare datata 4 aprile, sia
chiaro, era «innanzitutto quello di votare». Perché
l'astensione è «una rinuncia a giudicare chi ha
governato e a scegliere, tra i programmi presentati
dalle due coalizioni, quello che può meglio dare una
risposta alla crisi del Paese».
Cordazzo, non c'è bisogno di
sottolinearlo, sponsorizzava apertamente il
centrosinistra. Silvio Berlusconi lasciava infatti un
Paese «in crisi profonda, economica, sociale e
valoriale; crisi che ha determinato grandi insicurezze e
una precaria visione del futuro per la stragrande
maggioranza delle famiglie». In più, il premier uscente
di centrodestra aveva lanciato «attacchi strumentali e
calunniosi alla cooperazione», era criticabile «per i
deludenti risultati conseguiti e per l'azione volta a
dividere il Paese». Non c'era scritto «Votate Prodi»,ma
si leggeva tra le righe. Cosa non si deve fare per
«curare i rapporti con le istituzioni», soprattutto
quelle amiche.
Stefanini,
l'operaio diventato padrone
Pierluigi Stefanini è la vera
incarnazione del sistema Coop. Non è un Campaini,
padre-padrone che rifiuta agi e incarichi per far
diventare Unicoop Firenze la prima Coop alimentare e
distributiva d'Italia. Non è un Cordazzo, che ammonisce
i concorrenti a «chiedere permesso» e «curare i rapporti
con le istituzioni» se vogliono conquistare spazi.
Stefanini e un emiliano,
bolognese di Sant'Agata (dov'è nato nel 1953) e ha casa
sotto le Due Torri, nel cuore del potere rosso. È un
uomo di "partito" tutto d'un pezzo, ufficiale di
collegamento tra la Quercia e il braccio
economico-finanzìario. Prese la tessera del PCI a 19
anni e ora ha in tasca quella dei DS. È una garanzia, un
abile navigatore cui appoggiarsi nei momenti più
difficili come ha fatto l'Unipol nel dopo Consorte.
Quarto di cinque fratelli, dopo
la licenza media Stefanini cominciò a lavorare presso un
piccolo artigiano metalmeccanico, approdando quindi
sedicenne come apprendista operaio alla GD della
famiglia Seragnoli, società leader mondiale nelle
macchine per produrre e confezionare sigarette, una
potenza nella realtà economica bolognese che ha generato
la cosiddetta Packaging Valley. Stefanini aderì alla
sezione comunista della GD (150 iscritti su 700
lavoratori) battezzata "Vietnam libero", e ne divenne
segretario. Era l'inizio dell'arrampicata.
Alla fine degli anni 70 lasciò
i Seragnoli, assunto Come funzionario della federazione
comunista cittadina allora guidata da Renzo Imbeni.
Reduce da due anni di studio alla scuola di "partito" -
non le Frattocchie romane, bensì la più ruspante scuola
di Albinea, poco fuori Reggio Emilia - si occupava dei
settore lavoro, delle fabbriche e dell'organizzazione.
Nel 1988 divenne segretario cittadino. Appena due anni
dopo spiccò il salto verso le Coop.
Stefanini è uno che ha sempre
tessuto rapporti estesi e ramificati nelle centrali del
potere bolognese. È consigliere di amministrazione della
Fondazione Cassa di Risparmio, della Società Aeroporti
Bologna (SAB), della Camera di Commercio. È stato
consigliere dell'Ente Fiera, vicepresidente della Banca
di Bologna (banca dì credito cooperativo), membro del
Comitato scientifico di Nomisma, il "pensatoio" di
Romano Prodi. Sua moglie, Siriana Suprani, coordinatrice
dell'Istituto Gramsci in Emilia Romagna, è consigliere
comunale DS dall'autunno 2000. In questi snodi Stefanini
è stato immesso per avere presieduto dal 1990 al 1998 la
Lega delle Cooperative di Bologna ed essere poi passato
alla testa dì Coop Adriatica, prima Coop emiliana e
seconda in Italia.
Ora Stefanini ha lasciato il
timone di Adriatica per dedicarsi interamente a Unipol
Assicurazioni, dove si è insediato nel gennaio 2006 al
posto di Giovanni Consorte. Per la doppia poltrona di
presidente e amministratore delegato di via Stalingrado,
è stato costretto a lasciare la presidenza di Holmo (ora
ne è semplice consigliere), che occupava come azionista
principale: Coop Adriatica controlla infatti il secondo
pacchetto azionario mentre un ulteriore 20% circa fa
capo a una finanziaria di nome Ariete, di cui Stefanini
è consigliere dopo esserne stato presidente.
Altre poltrone: consigliere di
amministrazione di Unipol Banca, di Finec Merchant Spa
(la finanziaria d'affari della galassia Unipol-Legacoop),
del Monte dei Paschi di Siena, della Banca Nazionale del
Lavoro. Ricapitolando: è tra Ì maggiori azionisti di
Holmo, che attraverso Finsoe controlla Unipol, di cui
lui è presidente. Controllore e controllato. Ma il suo
successore in Coop Adriatica, l'ex vicepresidente
Gilberto Coffari, ha negato con decisione che esista un
conflitto di interessi. Fatto sta che nei sei mesi
seguenti all'ascesa in Unipol, Stefanini si è liberato
di qualche carica. Prima ha scelto Carlo Salvatori come
amministratore delegato della compagnia assicurativa,
inducendo l'altro boss della cooperazione rossa,
Campainì, ad abbandonare; poi ha annunciato la rinuncia
al vertice di Coop Adriatica.
Gli piace passare le vacanze in
Sardegna, dove ha comprato con il cognato una casetta
nell'entroterra di Alghero. Prima si accontentava di un
agriturismo. I suoi amici lo definiscono «il volto
pulito che viene dalla gavetta». Superata nel fatturato
da Unicoop Firenze, Coop Adriatica si presenta come «la
più importante catena distributiva italiana e, insieme,
la più grande organizzazione di consumatori»: conta più
di 9,000 lavoratori del gruppo, 934.000 soci, 1,65
miliardi di fatturato netto nel 2006; ha una rete di 139
fra iper e superrnercati sparsi in Emilia Romagna,
Veneto, Marche e Abruzzo. Ha poi a disposizione risorse
finanziarie per 1,75 miliardi attraverso il prestito
sociale.
Un regno tentacolare che
comprende librerie, agenzie di viaggi, associazioni
culturali, commercio elettronico, iniziative
assistenziali. Ha promosso la costituzione della
"supercentrale" di acquisti comuni con Conad avviata a
fine 1999; e quando un parlamentare del CCD evocò
l'Antitrust contro l'accordo, Stefanini replicò: «Si
tratta di una cosa che fa sorridere». Fu lui a lanciare
il portale internet unico delle Coop e i cosiddetti
"mercatini telematici" chiamati punti "Coop di più"
attrezzati con computer e personale tecnico, dove
navigare in Internet e acquistare prodotti turistici,
assicurativi e finanziari.
Ha acquistato il tour operator
Robintur, 46 agenzie viaggi della catena, altrettante in
franchising (fatturato annuo sui 150 milioni di euro).
È sempre su impulso di
Stefanini che partì la campagna per consentire ai
supermercati di vendere far-maci da banco: battaglia
vittoriosa grazie al decreto Bersani-Visco varato dal
governo di centrosinistra. La Coop di Stefanini era già
entrata nel commercio dei medicinali nel 2004, anno in
cui aveva costituito Pharmacoop Adriatica per
partecipare (vittoriosamente) alla gara d'appalto per
gestire le farmacie comunali di Padova. Quest'ultima
società appartiene alla holding Pharmacoop (costituita
da Coop Adriatica, Coop Estense, Coop Consumatori
Nordest, Coop Lombardia) che gestisce una trentina di
farmacie in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. E punta
non soltanto a commercializzare medicinali a marchio
Coop, ma soprattutto ad affiancare (e forse a
soppiantare) la catena distributiva delle farmacie
tradizionali: va in questo senso il tentativo di
inserire anche le medicine di fascia C tra le specialità
in vendita negli ipermercati.
Stefanini non si è fatto
mancare nemmeno un colossale spin-off immobiliare
con conseguente quotazione in Borsa della IGD Spa
(Immobiliare grande distribuzione), controllata assieme
a Unicoop Tirreno e presieduta dal delfino Coffari. A
IGD sono stati conferiti nove centri commerciali e
ipermercati per un valore di circa 600 miliardi:
l'operazione ha generato una plusvalenza straordinaria
di 105 miliardi di lire.
Da un'idea di Stefanini,
attuata da Romano Montroni, per 40 anni direttore delle
Librerie Feltrinelli, sono nate le Librerie Coop: tre
punti vendita già inaugurati (quello di Bologna da Guido
Rossi, forse perché il grande avvocato d'affari, che fu
eletto senatore indipendente nelle liste del PCI, a
Milano abita in un appartamento soprastante a quello di
Umberto Eco). L'obiettivo è di aprirne altre 15 in tre
anni.
Sempre sul fronte
economico-culturale, Stefanini non ha fatto mancare
contributi alla Fondazione Gorbaciov e ha lanciato la
maratona di lettura "Ad alta voce" nelle strade di
Bologna. Manca soltanto Tele Coop. Ma quando il
presidente di Mediaset, Fedele Gonfalonieri, l'ha fatto
notare con una certa dose di ironia, Stefanini ha
ribattuto prendendosi molto sul serio: «Magari ci fosse
la Coop Television, sarebbe un fattore di pluralismo.
Più operatori nel mercato, maggiore pluralismo, maggiori
benefici per tutti i cittadini, per l'economia e
naturalmente anche per le imprese cooperative. È un
fatto che la destra non riesce a capire». Ma che sfugge
anche ai vertici delle Coop, considerata la tenacia con
cui difendono i propri monopoli.
Il nome di Stefanini affiora
varie volte nelle telefonate di Giovanni Consorte
registrate nel corso delle indagini, e anche in
conversazioni con Massimo D'Alema. Nel luglio 2005 il
numero uno di Unipol incitava l'uomo che sei mesi dopo
avrebbe preso il suo posto
a convincere i responsabili
delle Coop «a mettersi in fila» per tirare fuori i soldi
necessari all'operazione BNL, della quale Stefanini (a
differenza di Campami) è stato sempre fautore. Un'altra
volta Consorte si sfogò con lui contro Ricucci e gli
immobiliaristi.
Stefanini ha sempre difeso
Consorte: lo ha fatto prima dello scandalo, appoggiando
la scalata alla banca romana, e anche dopo, riparandolo
per quanto possibile dagli attacchi concentrici.
Elementi in comune tra le OPA su BNL e su Antonveneta?
«Nessuno, soltanto una coincidenza temporale». Rapporti
tra Consorte e "furbetti del quartierino"? «Con Stefano
Ricucci non risultano, con Emilio Gnutti c'è una
collaborazione in corso da anni». Le chiacchierate
compromettenti con Passino? «Del tutto legittimo che il
segretario DS telefoni a Consorte così come ha fatto e
farà con altri imprenditori». La polemica sulle
intercettazioni? «Stucchevole e fuori misura». Giudizio
su Consorte? «Ha messo nell'impresa una passione e una
professionalità molto elevate». Ma Campami lo definisce
un "virus pericoloso"... «Mi sembra un'affermazione
secca e francamente non accettabile, non giusta, anche
se quanto abbiamo appreso ci ha addolorato e colpito».
Stefanini ha sempre difeso la
scalata di Unipol alla BNL, spiegandone il fallimento
con i «pregiudizi verso le Coop». Curioso e singolare
che le Coop, monopoliste del mercato della grande
distribuzione in larghe Zone d'Italia, si lamentino
dell'ostilità del sistema contro di loro, Queste sono le
parole di Stefanini: «Che ci sia in Italia una
difficoltà di spazio perché si affermino nuovi soggetti
è un dato reale. Il nostro è un mercato che fa fatica ad
aiutare quelli che cercano di emergere, a realizzare
nuovi percorsi di crescita. C'è una forte chiusura, c'è
un circuito chiuso e questo ha pesato sull'esito
negativo dell'OPA».
Ancora: «Si è manifestata
inoltre un'ostilità forte, di tipo politico ed
economico, sia nei confronti di Unipol che verso il
mondo cooperativo. Questo ha rappresentato una novità
importante in questi anni, indipendentemente dal fatto
che possiamo apparire simpatici o meno, oppure
politicamente affini a questo o quel "partito". Chi non
lo vuoi vedere è perché ha dei pregiudizi». Pregiudizi,
ostilità, difficoltà di spazio verso nuovi soggetti.
Parole sante, ma l'oggetto di tanta chiusura non sono
certo le Coop rosse.
La lunga
campagna acquisti
Negli ultimi anni la Legacoop
ha messo a segno grandi acquisizioni. L'Unipol ha
rilevato le assicurazioni Meie dal gruppo Telecom e le
attività italiane del gruppo Winterthur, mentre ha
fallito di poco l'acquisto della Toro. Le Coop di
costruzioni CCC e CMC sono entrate nella cordata per la
realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina e per
la costruzione dell'Alta Velocità su rotaia tra Italia e
Francia, hanno avuto in portafoglio importanti commesse
per gli impianti delle Olimpiadi invernali di Torino,
lavorano alla nuova tratta ferroviaria Milano-Bologna,
al passante di Mestre, alla metropolitana di Milano, e
hanno manifestato interesse alla costruzione a Vicenza
della nuova caserma Ederle che ospiterà tremila soldati
statunitensi con le loro famiglie. Una base militare che
la sinistra estrema osteggia in ogni modo. Inoltre,
Coopsette, cooperativa di Reggio Emilia, si è
aggiudicata il contratto per la realizzazione delle
opere di sottoattraversamento ferroviario (TAV) e della
stazione della città di Firenze.
Manca soltanto una grande banca
di livello nazionale: è questo il cruccio che ha spinto
i cooperatori rossi a una serie di ardite operazioni
tramite Unipol. La conquista della BNL, l'appoggio alla
Popolare di Lodi per l'ascesa in Antonveneta, il
sostegno a Montepaschi: le incursioni nel mondo
creditizio sono state guardate con benevolenza dall'ex
governatore della Banca d'Italia, il cattolicissimo
Antonio Fazio, che per motivi "patriottici" preferì
spianare la strada alle Coop rosse a scapito degli
investitori stranieri. Se a Unipol fosse riuscito il
colpo grosso di acquistare la Banca Nazionale del
Lavoro, avrebbe visto la luce il sesto conglomerato
finanziario in Italia per totale di attività e margini,
subito a ridosso del gruppo Capitalia, e addirittura il
quarto per ricavi.
A tutte le critiche il
presidente Giuliano Poletti risponde sicuro del fatto
suo. La scalata Unipol a BNL? «Un'operazione legittima e
in linea con le esigenze di crescita del mondo
cooperativo». Le telefonate (intercettate) attraverso
cui venivano informati i vertici dei DS? «Un fatto del
tutto normale, vista la complessità dell'operazione e il
sistema di relazioni in atto, ma non ci sono stati
comportamenti scorretti, né tanto meno ingerenze». Le
accuse di collateralismo con il "partito" della Quercia?
«Fenomeno finito, ormai è soltanto un pezzo della storia
d'Italia».
Porte girevoli
tra Coop e Quercia
Se fosse davvero così, se il
collateralismo fosse davvero un capitolo archiviato,
qualcuno dovrebbe spiegare il perché dell'intrecciarsi
di telefonate tra Consorte, Passino e D'Alema ai tempi
della scalata alla Banca Nazionale del Lavoro. E
soprattutto perché tra PCI-PDS-DS e Legacoop c'è stata e
continua a esistere una vera osmosi
dirigenziale. Il leader storico della cooperazione,
Ivano Barberini, ora presidente dell'Archivio Disarmo,
siede anche nel Consiglio di amministrazione della
Fondazione Italianieuropei di Massimo D'Alema C Giuliano
Amato, ente finanziato dalle Coop. Il suo Successore,
Giuliano Poletti, è stato consigliere del PDS alla
Provincia di Bologna e in precedenza assessore del PCI
al Comune di Imola.
Risalendo indietro negli anni,
nella vita di ciascun presidente di Legacoop si trova
una costante: la tessera del Partito Comunista Italiano.
Giulio Cerretti: dirigente del PCI. Silvio Paolicchi:
segretario della federazione comunista di Pisa. Silvio
Miana: segretario regionale del PCI dell'Emilia Romagna.
Vincenzo Gaietti: segretario della federazione comunista
di Bologna. Valdo Magnani: deputato del PCI. Onelio
Prandinì: deputato del PCI. Lanfranco Turci: presidente
della Regione Emilia Romagna e senatore della Quercia.
Giancarlo Pasquini: consigliere comunale del PCI a
Bologna. Le nomenklature delle Coop traboccano ancora di
personaggi le cui carriere sono tutte un andirivieni col
"partito", un vortice di pedine che si scambiano. E che
magari vengono a trovarsi in posizioni potenzialmente
conflittuali.
A Ravenna il responsabile del
settore agroalimentare della Legacoop cittadina,
Gilberto Minguzzi, è stato assessore provinciale
all'agricoltura per il "partito". Il reggiano Oddo
Torelli, che fu assessore comunale all'urbanistica e
provinciale alla pianificazione del territorio, adesso
presiede la Orion, grossa cooperativa edilizia di
Cavriago con oltre 200 milioni di fatturato che vanta
molti fiori all'occhiello, dagli impianti per le
Olimpiadi invernali di Torino (pista da bob, Ovai,
villaggio giornalisti) al raddoppio del raccordo anulare
di Roma. Torelli insomma si occupa sempre di lavori
pubblici, ora come imprenditore cooperativo ora come
amministratore pubblico.
Le ramificazioni arrivano fino
al settore bancario. Un caso eclatante: Antonella
Spaggiari, sindaco diessino di Reggio Emilia per 13 anni
e dipendente della Legacoop cittadina (è responsabile
del settore servizi), presiede la fondazione
Manodori-Cassa di risparmio di Reggio Emilia. Un ente
che è importante azionista di Capitalia e, con la
fusione Capitalia-Unicredit, del primo gruppo bancario
italiano nel cui board esprimerà un proprio
consigliere nella persona di Donato Fontanesi,
presidente della reggiana Coopsette.
Le inchieste
finite nel nulla
Questa girandola di nomi aveva
attirato, negli anni '90, l'attenzione dell'lNPS: ne
nacque uno scandalo clamoroso ma passato sotto silenzio
grazie al fatto che nelle aule di giustizia delle
regioni rosse si usano due pesi e due misure. Da una
serie di controlli, l'istituto previdenziale aveva
notato che i funzionar! del PCI-PDS eletti a incarichi
pubblici (sindaco, assessore, consigliere comunale,
eccetera) si erano licenziati dal "partito" per essere
assunti da strutture della Legacoop.
Centinaia di persone in tutta
Italia, ma soprattutto nelle regioni governate dalla
sinistra (Emilia, Toscana, Umbria), avevano chiuso il
"triangolo rosso" passando dal "partito" ai vertici
degli enti locali attraverso le Coop. Perché non hanno
continuato a fare i funzionari di Botteghe Oscure? Non
certo per nascondere la triplice veste (ex funzionari
del PCI-PDS, dipendenti in aspettativa dì cooperative,
amministratori pubblici) con cui si interessavano di
piani regolatori e concessioni edilizie. Era questione
di soldi.
La legge infatti consente ai
lavoratori dipendenti diventati pubblici amministratori
di mettersi in aspettativa, raddoppiando l'indennità di
carica a spese del Comune e scaricando sullo stesso ente
pubblico il versamento all'Inps dei contributi che
invece spetterebbero al datore di lavoro. Ma un
emendamento alla legge proposto da Marco Pannella,
nemico storico della partitocrazia, precluse questo
beneficio ai dipendenti dei partiti. Insomma, un
funzionario del PCI che fosse stato eletto sindaco non
avrebbe goduto della doppia indennità mentre i suoi
oneri previdenziali sarebbero rimasti sulla groppa del
Bottegone.
Il PCI tuttavia trovò il
sistema di eludere la legge. I dipendenti diedero le
dimissioni dal "partito", passarono alle Coop rosse e
immediatamente furono collocati in aspettativa. L'intera
Giunta comunale di Modena, sindaco e otto assessori,
furono assunti alle ore 9 dalla Libreria cooperativa
Rinascita e messi in aspettativa alle ore 9.05. Con il
doppio stipendio e con i contributi a carico dello
Stato, non più del "partito".
1 rilievi dell'lNPS finirono
sui tavoli delle Procure. Furono aperte inchieste in
tutta Italia; soltanto in Emilia Romagna 66
amministratori comunisti, socialisti e repubblicani
furono indagati per la presunta irregolarità della loro
posizione. Ed ecco scattare la disparità di trattamento:
archiviazione nelle regioni rosse, condanne altrove.
All'ex sindaco socialista di Vercelli, Fulvio Bodo, fu
inflitta la pena di un anno e otto mesi di reclusione
(sentenza confermata in Cassazione) perche era stato
assunto fittiziamente da una società immobiliare per
poter andare in aspettativa e lucrare la doppia
indennità. In Emilia, invece, i procedimenti furono
archiviati.
Per il senatore Terzo Pierani
(PDS), sindaco di Riccione, non c'erano prove che non
avesse mai lavorato per la società che l'aveva messo in
aspettativa. A Modena invece il GIP chiuse il fascicolo
perché il fatto non costituiva reato, motivando:
«L'assunzione corrispondeva a una opzione professionale
che il "partito" (precedente datore di lavoro) offriva
ai suoi ex funzionari nel momento in cui ragioni di
opportunità politica - si deve riconoscere, lodevoli -
sconsigliavano di mantenere alle dipendenze
dell'apparato gli eletti in cariche pubbliche». Quello
che a Vercelli è reato per un sindaco socialista, a
Modena è comportamento «lodevole» per un primo cittadino
tesserato del PDS.
La strana legge
sui farmaci
Nonostante ciò che tutti
proclamano, il rapporto privilegiato tra il "partito",
la politica e le Coop continua a sussistere. Ne è un
esempio il primo "decreto Bersani", quello che
liberalizzò la vendita dei farmaci da banco nei
supermercati. Una liberalizzazione mirata, giacché i
vincoli imposti dalla normativa escludono di fatto dai
benefici le catene come Esselunga.
La legge prevede infatti che i
medicinali siano venduti in appositi reparti, separati
dagli altri prodotti in commercio e ben identificabili,
alla presenza di almeno un farmacista iscritto
all'Ordine. Un obbligo che rende possibile l'apertura di
questi spazi solamente in negozi di grandi dimensioni,
in pratica soltanto negli
ipermercati: una fascia di mercato in cui sono presenti
primariamente le Coop.
L'obbligo della presenza del
farmacista, poi, comporta l'assunzione di tre se non
quattro persone, visto che nella grande distribuzione i
punti vendita restano aperti sei giorni alla settimana
su sette (in certi periodi anche la domenica) per 13 ore
giornaliere. Federdistribuzione, la federazione che
raggruppa gran parte delle aziende del settore, aveva
chiesto al governo di fare una riforma vera, cioè di
consentire di mettere in vendita senza alcuna
intermediazione i farmaci da banco, come avviene da
sempre nei Paesi stranieri. Niente presenza del
farmacista, visto che quelle specialità sono di
auto-medicazione, essendo state concepite per essere
utilizzate senza l'intervento del medico.
Anche Federfarma, la
federazione delle farmacie private, era d'accordo. Ma
Bersani non tenne conto di queste richieste e decise di
non eliminare il farmacista dai supermercati. Una scelta
in linea con la bozza di legge predisposta proprio dalle
Coop nel 2005, le cui proposte sono dunque state accolte
in pieno. A che cosa è funzionale la presenza dei camici
bianchi? Ci vuoi poco a capirlo: fra qualche anno le
Coop faranno pressione per trasformare questi reparti in
farmacie vere e proprie, dove possano essere vendute
tutte le specialità; si comincerà con la
commercializzazione dei farmaci di fascia C. E così la
liberalizzazione, a loro uso e consumo, sarà completa.
«La grande sfida per i prossimi
anni», ha detto Giovanni Doddoli, presidente di Legacoop
Toscana, «sarà quella di generare cooperazione in nuovi
settori nei quali adesso la cooperazione non è presente:
terziario avanzato e utility. L'obiettivo è quello di
creare lavoro e ricchezza diffusa e non individuale, il
che si concilia benissimo con un sistema economico che
voglia evolvere i propri modelli nel desiderio di
svilupparsi». Dalle pulizie alla gestione dei centri
telematici, dai trasporti per le aziende della GDO alle
librerie, dalle pompe di benzina al business dei
telefonini, dal turismo alla gestione della previdenza
complementare: ecco alcuni cavalli di battaglia delle
Coop.
Piazza Affari e
"tesoretti" esteri
Accanto a settori tradizionali
come pesca, agroalimentare, costruzioni, imprese dì
pulizie, assistenza sociale, prendono piede attività
cooperativistiche più innovative, come la logistica, le
comunicazioni, l'ingegneria e la progettazione. Ma la
passione più recente e più rischiosa è la finanza.
L'alta finanza, quella che vive nei templi del capitale,
fatta di scatole cinesi per il controllo delle società,
dì speculazioni, di operazioni in paradisi fiscali
stranieri, di "tesoretti" esteri esentasse (ne sa
qualcosa Coopservice di Reggio Emilia). E di ricche
plusvalenze come quella pari a 6,5 milioni di euro
realizzata nel 2006 da Coop Adriatica grazie alla
vendita delle azioni BNL a BNP Paribas.
La prima Coop a quotarsi è
stata Unipol, nata nel 1963 e diventata negli anni
recenti la terza compagnia assicurativa italiana con
premi per 8,4 miliardi di euro, forte di un gruppo che
fornisce anche servizi bancari, finanziari, di gestione
del risparmio e consulenza; è controllata dalla
finanziaria Finsoe a sua volta posseduta dalla
finanziaria Holmo, di cui sono socie 46 grandi
cooperative capaci di deliberare un aumento di capitale
di 444 milioni di curo. «C'è e ci sarà sempre più
necessità di finanza per le Coop che vogliono crescere»,
ha spiegato Poletti, presidente di Legacoop. Infatti
Unipol è affiancata da Coopfond (gestore del fondo
mutualistico generato dal 3% degli utili annuali di
tutte le Coop aderenti alla Lega), Finec Merchant
(finanziaria d'affari), CCFS (Consorzio cooperativo
finanziario per lo sviluppo).
La quotazione in Borsa è un
terreno ancora poco esplorato ma assai redditizio, e i
cooperatori lo sanno bene. Unipol e soprattutto IGD
hanno realizzato plusvalenze ricchissime grazie al
collocamento. Il segreto, secondo gli analisti di
Intermonte, ING ed Euromobiliare, sta proprio in «un
modello di business dotato di un'elevata visibilità e
solidità», all'interno di un contesto congiunturale in
«netta espansione». Pronte a spiccare il balzo verso il
cuore del mercato capitalistico sono altre grandi realtà
aziendali a controllo cooperativo, come Manutencoop
Facility Management Spa (servizi alle imprese) e Grandi
Salumifici Italiani Spa (marchi Unibon e Senfter).
Un colpaccio stava per essere
realizzato da Coopservice di Cavriago (Reggio Emilia),
colosso del settore pulizie industriali, sicurezza e
logistica, che ha portato in Borsa la controllata
Servizi Italia dì Soragna (Parma), azienda leader delle
lavanderie industriali e sterilizzazione di biancheria e
strumentazione chirurgica. Qualche mese prima della
quotazione, Coopservice ha piazzato alla Fondazione
Manodori di Reggio oltre il 40% del capitale che in
seguito ha ricomprato quasi per intero trasferendolo
contestualmente a una finanziaria in Lussemburgo, la
First Service Holding (FSH). Un'operazione di portage
realizzata grazie all'ente di cui è presidente l'ex
sindaco reggiano, la diessina Antonella Spaggiari,
manager di Legacoop.
Il prezzo di riacquisto è stato
di 1,149 euro per azione. Poi Coopservice ha curato un
aumento di capitale di FSH invitando la platea dei
propri 5.000 soci ad aderirvi: soltanto 300 però, una
parte molto minoritaria, hanno deciso di investire nel
Granducato consentendo così ai vertici della
cooperativa, con in testa il presidente Pierluigi
Rinaldini e il vice Barbara Piccirilli, di rastrellare
le quote inoptate raggiungendo il 9,5%. Con il
collocamento, i circa cinque milioni di titoli Servizi
Italia acquistati dalla Manodori a 1,149 sono balzati a
8,5 euro. Significa che i 300 lungimiranti soci di
Coopservice e FSH si sono ritrovati un "tesoretto"
esentasse di 36 milioni di euro in Lussemburgo.
La gigantesca speculazione
doveva estendere i benefici della grande finanza ai
tanti piccoli cooperatori che non erano mai anelati
oltre gli interessi maturati sul libretto del prestito
sociale. Ma l'operazione si è trasformata in un
boomerang altrettanto colossale: Legacoop, rimasta
all'oscuro di tutto fino a quando è stato pubblicato il
prospetto relativo al collocamento di Servizi Italia, ha
preso malissimo la manovra, costringendo i vertici di
Coopservice a dare le dimissioni e a sconfessare
l'ingegnosa costruzione finanziaria. Gli investitori
dovranno restituire la favolosa plusvalenza. «È stata
ottenuta in modo non corrispondente ai criteri di
mutualità cooperativa», ha tuonato il numero uno di Legacoop Reggio Emilia, lido Cigarini.
Grande
distribuzione: a Coop un quarto del mercato
Ma prima delle costruzioni e
sopra la finanza, pulsa ancora il motore della Legacoop,
la centrale che ne alimenta ogni progetto di crescita:
la grande distribuzione. Un sistema strutturato in
cooperative territoriali. La maggiore è Unicoop Firenze,
la più grande azienda di tutta la Toscana, seguita da
Coop Adriatica e Coop Estense. Al quarto posto si
colloca Unicoop Tirreno (sede a Livorno), al quinto Coop
Lombardia (Milano) e al sesto Coop Nord-Est (Reggio
Emilia). Il perno di tutto il gruppo è Coop Italia, 12
miliardi di fatturato, la centrale acquisti e marketing
che gestisce approvvigionamenti e politica commerciale,
guidata da Vincenzo Tassinari.
Nella top ten interna a
Legacoop, otto società appartengono alla GDO, una (Sacmi)
è del settore meccanico e l'ultima (Granlatte-Granarolo,
compartecipata anche da Confcooperative) fa parte del
settore alimentare. In totale le aziende associate sono
circa 160. Il marchio Coop detiene una quota del mercato
nazionale della grande distribuzione pari al 17,2% che,
unita al 9,2% di Conad, altri 8 miliardi di fatturato,
porta la fetta spettante a Legacoop al 26,4%. Un quarto
abbondante del totale.
Una presenza così massiccia
delle cooperative nel settore distributivo è un fatto
che non ha uguali negli altri grandi Paesi europei. In
Francia il movimento mutualistico, rimasto forte nel
comparto creditizio, è pressoché scomparso da quello
della distribuzione, presidiato dai colossi privati
Carrefour, Intermarche, Auchan, Casino, Ledere (oltralpe
la GDO copre il 60% delle vendite al dettaglio). Anche
in Germania le Coop si sono ritirate dalla grande
distribuzione organizzata, il cui mercato ora è in mano
a pochi attori: in testa il gruppo Metro, seguito da
Rewe e Edeka. Le dieci maggiori imprese tedesche
del settore controllano l'8.5% del mercato; allargando
il computo alle 30 maggiori imprese, la quota
controllata tocca il 98%.
Un'egemonia
quasi assoluta
Ma in che modo Legacoop ha
acquisito questa posizione di preminenza? I rapporti
privilegiati con le amministrazioni locali dove da
decenni governa la sinistra spiegano parecchie cose, ma
non tutto. Le Coop sono favorite anche dalla loro
struttura societaria e da un assetto legislativo e
fiscale tutto particolare. Non sono imprese qualsiasi,
ma si configurano come un anello intermedio tra settore
pubblico e mercato; sono enti senza fini di lucro e
dovrebbero devolvere una parte sostanziale degli utili a
scopi mutualistici. L'acquisto e la cessione di quote
non avvengono sul libero mercato: sono operazioni
soggette all'approvazione del Consiglio di
amministrazione. Nessun socio può avere la maggioranza
delle quote e ogni socio ha diritto a un voto (il
cosiddetto voto capitario); di conseguenza le Coop non
sono contendibili. Insomma, non sono soggette alle
leggi del libero mercato. Appartengono a una sfera
protetta.
Il management ha un grande
potere e non si deve preoccupare di tenere a bada gli
azionisti. Non essendo le Coop scalabili, i suoi manager
si trovano a gestire un'egemonia quasi assoluta. Chi
difende il patrimonio collettivo dal potere dei suoi
amministratori? Che cosa accadrebbe se una grande
operazione condotta da un protagonista del sistema
cooperativo si dovesse rivelare un boomerang? Una
risposta, purtroppo, esiste già. Basta recarsi nel
Ferrarese, dove decine di migliaia di persone sono state
travolte dal crac della Cooperativa Costruttori di
Argenta presieduta da Giovanni Donigaglia, frantumatasi
dopo le inchieste della magistratura su appalti e
corruzione. Torna in mente il pesante attacco sferrato
già nel 1986 dall'allora segretario della CGIL,
Bruno Trentin, alle «imprese che si chiamano cooperative
solo per avere esenzioni fiscali» e che non trattano i
lavoratori meglio delle altre. Giudizio ripetuto
dall'ex sindacalista alla fine del 2005 in un'intervista
all'Unità: «Le cooperative hanno perso l'anima».
Legacoop si è tuffata in questa
inadeguatezza legislativa allargando l'originario
raggio d'azione soprattutto sul versante finanziario. Le
sue società sollecitano il risparmio, intervengono sul
mercato dei capitali, emettono azioni e obbligazioni,
sono quotate in Borsa pur mantenendo privilegi di cui le
imprese concorrenti non godono, come le agevolazioni
fiscali e il voto capitario. I privilegi tributar! hanno
un senso per le imprese più deboli, che non sono in
grado di finanziarsi sul mercato dei capitali, mentre
ormai non ne hanno più per i colossi cooperativi di
oggi, che sono quotati o emettono titoli. Lo stesso vale
per il voto capitario: per i gruppi maggiori,
soprattutto se presenti in Piazza Affari, non ci può
essere contendibilità a senso unico. Unipol - per fare
un esempio - può scalare BNL, ma non viceversa perché lo
impedisce la struttura proprietaria che sta a monte
delle società cooperative.
Un regime
fiscale di favore
L'elenco di privilegi riservati
alle Coop è sbalorditivo. Primo fra tutti un particolare
regime fiscale fissato dalle leggi che hanno regolato il
settore ai suoi albori, in base alle quali gli utili
delle cooperative non sono tassabili a condizione che
non vengano distribuiti ai soci ma restino nel
patrimonio della società stessa. È un riconoscimento
alle caratteristiche dell'impresa cooperativa, la quale
- almeno in linea di principio - non può chiedere
finanziamenti al mercato come una qualsiasi altra
società.
Ma il vantaggio, sia pure
ridimensionato, è rimasto anche dopo che la riforma del
diritto societario ha ridisegnato il mondo delle Coop,
distinguendo fra quelle a mutualità prevalente e non: le
prime sono le Coop "tradizionali", in quanto svolgono
gran parte della loro attività in favore dei soci, si
avvalgono delle loro prestazioni lavorative e dei loro
apporti di beni o servizi.
Per le cooperative a mutualità
prevalente, i vantaggi fiscali sono molteplici: 1) la
deducibilità dall'imponibile del 70% dell'IRES; 2) la
deducibilità integrale degli utili destinati a riserve
obbligatorie (riserva legale e fondi mutualistici); 3)
la deducibilità del 70% degli utili destinati a riserve
volontarie (purché indivisibili). Da tutto questo deriva
che l'incidenza dell'IRES sull'utile lordo delle Coop è
pari al 17%, mentre quella sull'utile lordo di una
società non cooperativa è pari al 43%. Una differenza di
26 punti percentuali.
Il prestito
sociale, risorsa inesauribile
La capacità di
autofinanziamento e quindi di alimentare costantemente
gli investimenti è garantita da un altro privilegio
esclusivo delle Coop, soprattutto di quelle dì consumo:
il prestito sociale. Di fatto esse funzionano come
fossero sportelli bancari (anche se la legge vieta
«l'esercizio attivo del credito»): raccolgono i risparmi
dei soci, H impiegano come meglio credono e
distribuiscono interessi che i veri istituti di credito
si sognano grazie al fatto che l'imposta sugli interessi
non è pari al 27% (come per i depositi bancari) bensì a
meno della metà: soltanto il 12,5%. Un bel risparmio, un
affarone per tutti. Per i risparmiatori, che possono
lucrare un interesse elevato; e per le Coop, messe nelle
condizioni dì autofinanziarsi con una massa di liquidità
a buon mercato e soprattutto sottratta ai controlli
delle autorità creditizie.
Questa montagna di denaro è
complessivamente pari a 12 miliardi di euro: quanto una
manovra finanziaria di media entità del governo. È
questa la provvista-base con cui Unipol voleva dare la
scalata alla Banca Nazionale del Lavoro. La legge
concede la raccolta di denaro tramite prestito sociale
per tutelare gli scopi sociali e mutualistici, ma di
fatto le Coop usano i soldi prestati per fare
investimenti, comprare titoli o magari scalare banche,
quelle stesse a cui fanno concorrenza.
Naturalmente le Coop spiegano
che il prestito sociale viene impiegato per migliorare i
servizi ai soci e renderli più convenienti. Esso «ha
svolto e svolge una importante funzione di rafforzamento
del rapporto di fiducia tra socio e cooperativa», si
legge nel Rapporto sociale del sistema Coop
nazionale, «e costituisce una componente economica
importante ai fini dei risultati gestionali». In realtà,
il prestito sociale è un sistema che consente alla
galassia mutualistica di sovrapporsi alle banche e
autofinanziarsi senza chiedere mutui o emettere
obbligazioni, come invece sono costrette a fare tutte le
altre imprese.
I soci aprono un libretto su
cui vengono annotati versamenti e prelievi. Sul medesimo
può anche essere addebitata la spesa al supermercato
Coop. Tutte Se operazioni sono gratuite. L'unico limite
e un tetto ai depositi, che non possono superare i
30.000 euro. Per le Coop i limiti di operatività non
sono molti: devono mantenere liquido o investito in
attività immediatamente liquidabili almeno il 30% della
raccolta, vincolandone al massimo il 30% in immobili,
impianti e partecipazioni societarie. La grande
maggioranza dei capitali è collocata in titoli di Stato
e obbligazioni societarie, con quote residue in fondi e
altri strumenti finanziari. Non c'è banca o ufficio
postale che possa offrire al risparmiatore condizioni
paragonabili a queste.
Un caso concreto aiuta a capire
meglio quanto siano distanti i binari su cui corrono le
Coop e quelli sui quali arrancano le imprese private. Il
bilancio 2004 della Coop Estense, tra i principali
finanziatori della galassia Unipol, mostra che a fronte
di ricavi per 1,2 miliardi di euro il patrimonio netto è
pari a 485 milioni e i finanziamenti dai soci ammontano
addirittura a 869 milioni, dei quali 654 investiti in
Buoni del Tesoro, obbligazioni, fondi, assicurazioni e
azioni Unipol e Banca Popolare dell'Emilia. Mentre
dunque la concorrenza è costretta a chiedere i soldi
alle banche e a pagare interessi di mercato, Coop
Estense per quell'immenso capitale ottenuto in prestito
dai soci versa più o meno l'l,5%. Reinvestendo il denaro
in BTP guadagna quasi il doppio. Analogo discorso vale
per la Coop Adriatica, all'epoca gestita da Stefanini.
Il patrimonio netto delle
singole società aderenti a Legacoop, gonfiatosi nel
tempo grazie al meccanismo della fiscalità agevolata,
sarebbe di per sé sufficiente a finanziarne la gestione
caratteristica. Il prestito sociale è un'ulteriore fonte
di liquidità, parcheggiata in titoli o investita nella
galassia finanziaria rossa. Ecco il quadro in cui
operano le Coop, che vogliono competere sul mercato
senza rinunciare ad ammantarsi di finalità sociali, in
virtù delle quali ottengono vantaggi fiscali unici e
godono di assetti societari che le rendono
autoreferenziali, non controllabili né scalabili.
Nel mirino della
UE e della Cassazione
E talmente vistosa questa
anomalia che le istituzioni comunitarie hanno deciso dì
promuovere accertamenti ufficiali. La Commissione
Europea ha infatti inviato a Palazzo Chigi una lettera
nella quale chiede conto del regime agevolato di cui
godono le nove maggiori cooperative. La contestazione
principale riguarda proprio il fatto che, a differenza
delle altre imprese, le Coop non pagano l'IRES su buona
parte degli utili. A Bruxelles sospettano che anche la
nuova normativa configuri un aiuto di Stato, vietato dai
Trattati europei. La richiesta non rappresenta ancora
l'apertura di un'inchiesta formale, ma è il passo
preliminare per permettere al commissario alla
Concorrenza di decidere se farla partire.
Era stata l'associazione
nazionale delle aziende della grande distribuzione,
Federdistribuzione, a presentare alla Commissione UE un
esposto nel quale si fa presente che le cooperative sono
ormai aziende leader nei rispettivi campi di azione. E
che proprio per questo avrebbero perso la natura
mutualistica, e quindi la funzione sociale, delle
origini. Tanto basterebbe per applicare alle Coop lo
stesso regime fiscale applicato a tutte le altre
imprese.
Anche la Cassazione aveva messo
sotto la lente gli sgravi, chiedendo lumi alla UE. «I
regimi fiscali di favore concessi a determinate imprese
o produzioni», ha argomentato la Suprema Corte, «possono
costituire aiuti dì Stato». Sotto la lente dei giudici
italiani e della concorrenza europea non è finita
soltanto la grande distribuzione: nell'inchiesta
potrebbero infatti essere coinvolte anche le banche che
appartengono al sistema cooperativo. Un passaggio della
lettera della Commissione fa riferimento proprio a
questo mondo e chiede al governo quali misure di
controllo siano state varate «dall'autorità incaricata
della vigilanza bancaria per assicurare il rispetto dei
requisiti di mutualità previsti per la concessione dei
benefici fiscali».
L'Unione Europea ha avanzato un
ampio ventaglio di richieste. Si vuole sapere se gli
sconti fiscali siano previsti da una legge precedente
alla firma dei trattati UE: nel caso in cui la norma
fosse successiva, scatterebbe l'obbligo di recupero
retroattivo degli aiuti che l'eventuale procedura di
infrazione dovesse giudicare illegali. Si vuole
conoscere l'ammontare annuo degli sgravi concessi e i
risultati di bilancio delle nove centrali cooperative,
anche per valutare l'impatto della loro attività sulla
concorrenza. SÌ vuole comprendere la ragione di
eventuali deroghe al divieto di aiuti di Stato sancito
dai trattati europei.
Controllori e
controllati
A proposito di bilanci. Chi
controllava i conti delle maggiori cooperative di
consumo e di distribuzione quando scoppiò il caso
Unipol? Una società di revisione semisconosciuta su cui
sono state presentate interrogazioni parlamentari. Si
chiama Uniaudit Spa ed è di Bologna. Non essendo
iscritta nell'elenco speciale della Consob, non può
annoverare società quotate in Borsa tra i clienti. Che
cos'ha dunque di tanto speciale da consentirle di
egemonizzare la certificazione dei conti
cooperativistici? Semplice: Uniaudit è una società "di
casa". Il principale azionista (35%) è Unipol, poi
figurano le Coop medesime e alcuni privati, tra i quali
esponenti di primo piano del mondo cooperativo. Per un
periodo, tra i soci appariva anche Giovanni Consorte,
che poi però vendette la propria quota. Legacoop Bologna
la promuove tra le aziende associare in grado di fornire
il servizio di controllo contabile.
Succede dunque che questi
colossi del commercio e della finanza non si affidino a
grandi società di revisione indipendenti, ma a una
piccola realtà che indirettamente è una loro
controllata. Il corto circuito è lampante: un conflitto
di interessi che in altri casi avrebbe fatto alzare
fortissime voci di scandalo. I clienti di Uniaudit sono
gli stessi padroni di Uniaudit, ai quali Uniaudit
dovrebbe fare le pulci sul bilancio.
Greganti,
Peruzzi e le indagini degli anni '90
II Parlamento, il governo,
l'Unione Europea, le Corti di giustizia. Non soltanto
questi soggetti si sono occupati della Lega delle
Cooperative. Anche le Procure della Repubblica,
soprattutto negli anni '90. L'inchiesta "madre", per
molti aspetti, fu quella condotta dal pubblico ministero
veneziano Carlo Nordio. Il magistrato indagò i segretari
nazionali del PDS, Achille Occhetto e Massimo D'Alema, e
li prosciolse. Dagli atti emerge chiaramente la funzione
delle Coop rosse, e delle finanziarie
controllanti-controllate, come braccio economico dell'ex
Partito Comunista. Il meccanismo fu messo in luce da
Giuliano Peruzzi, consulente delle Coop e braccio
destro di Primo Greganti, responsabile amministrativo
del PDS.
Sui rapporti economici tra Coop
e PCI-PDS in quegli anni fu alzato un vero fuoco di
sbarramento, teso a negare l'esistenza dell'asse tra
"partito" e aziende. Nei mesi scorsi, invece, nel
turbine dello scandalo Unipol, il giudizio è mutato. Si
è detto che «il collateralismo è finito», non che non è
mai esistito. Che i legami tra la parte politica e il
suo braccio economico si sono allentati rispetto al
passato: dieci anni prima, invece, si negava tutto,
anche l'evidenza. Ora la linea è cambiata.
«Il rapporto era organico, con
finanziamenti indiretti ma occulti», ha spiegato il pm
Nordio. «Furono raggiunte prove evidentissime del fatto
che le Coop rosse finanziassero il "partito", ma per il
Codice la responsabilità penale è personale. E io non ho
mai accettato il principio secondo cui chi sta al
vertice "non può non sapere". Una cosa sono i
finanziamenti al "partito", altra cosa la responsabilità
penale individuale rispetto al finanziamento clandestino
e continuativo delle società cooperative, dimostrato
dall'inchiesta».
Peruzzi svelò come funzionavano
l'economia nascosta del "partito" e gli intrecci tra Finsoe, Finsoge e PCI-PDS. Il magistrato veneto arrivò a
calcolare l'esistenza di un patrimonio immobiliare della
Quercia dell'ordine di mille miliardi di lire, ma a
Botteghe Oscure non spiegarono come si fosse potuta
accumulare una fortuna del genere, che riconduceva a
decine di società immobiliari e a intestazioni fittizie:
centinaia di prestanome, fedeli militanti del "partito"
che ne era il vero proprietario. Era stata la Procura
della Repubblica di Milano nel 1993, durante una
perquisizione a Botteghe Oscure, a scoprire una stanza
piena di fascicoli relativi agli immobili posseduti
dalla Quercia, ma la documentazione per un errore non
fu sequestrata subito. E il giorno dopo era sparita: un
episodio sul quale si aprì un'inchiesta.
«Avevamo fatto uno
"screening" degli organigrammi di Coop e PCI-PDS
verificando come i vertici delle aziende fossero
interscambiabili con quelli della Quercia», ha
raccontato Nordio. «Poi scoprimmo che le assunzioni
fittizie fatte dalle Coop servivano a favorire il
trattamento economico-previdenziale dei dipendenti
del "partito". Fatti ampiamente
confermati ai magistrati inquirenti di Milano, Napoli e
Venezia da chi vi aveva lavorato. Il primo canale di
finanziamento del PCI era quello che veniva dall'Unione
Sovietica, un Paese che teneva i suoi missili puntati su
di noi. Inoltre il "partito" incassava provvigioni sul
commercio con i Paesi dell'Est».
E le Coop? «Esse avevano una
riserva rigorosa di appalti pubblici frutto di accordi
politici spartitori a livello nazionale e regionale», ha
ricostruito il magistrato. «In questo senso non c'era
alcuna differenza tra DC, PSI e PCI: si erano divisi
equamente tutto, con qualche briciola per gli alleati
minori. Democristiani e socialisti sponsorizzavano le
imprese amiche, i comunisti le Coop. Ai primi due
partiti giungevano contributi in denaro con i quali si
pagavano Ì funzionali e le altre spese; a Botteghe
Oscure i funzionati erano pagati dalle Coop, ma
lavoravano per il "partito". Risultato identico
attraverso strumenti diversi. Anche dal punto di vista
penale: la mazzetta integra il reato di corruzione, il
sistema del PCI no. Un altro modo di finanziamento era
quello della pubblicità inesistente: le Coop pagavano
cifre enormi per farsi pubblicità sui giornaletti del
"partito". Spesso le inserzioni, pagate, non venivano
nemmeno pubblicate».
Anche la Procura di Napoli
condusse lunghe indagini con i Reparti Operativi
Speciali dei Carabinieri. Un'inchiesta sterminata:
migliaia di documenti, testimonianze, bilanci,
intercettazioni telefoniche; il solo riassunto finale
occupa 1.200 pagine. Le carte parlano di bilanci falsi,
fondi neri, licenze edilizie "facili", collusioni con la
camorra, finanziamenti illeciti, truffe allo Stato,
tangenti, società di comodo. «La Lega delle
Cooperative», si legge in un passo della relazione
conclusiva dei ROS, «beneficiando dell'apporto
incondizionato dell'organismo politico, accrescerebbe la
propria forza economico-imprenditoriale garantendo ai
partiti di riferimento il mantenimento economico e
riversando, mediante alcune società, finanziamenti
stornati, soprattutto illecitamente, dalle imprese del
movimento cooperativo». E più avanti i ROS spiegano cosi
il successo di Unipol: «La compagnia comincia la sua
crescita inarrestabile, forte del consenso di tutti i
sindacati italiani che senza esclusione partecipano al
capitale sociale e garantita dalla protezione politica
del PCI che impone a tutte le sue amministrazioni locali
di sinistra di stipulare esclusivamente con Unipol
qualsiasi polizza assicurativa di loro competenza».
Donigaglia e il
crac di Argenta
Lo scandalo giudiziario più
clamoroso che ha investito Legacoop, dopo quello
Consorte-Unipol, ha come protagonista un ragioniere di
Argenta (Ferrara), Giovanni Donigaglia, finito
stritolato negli ingranaggi del "partito" che aveva
fedelmente servito per tutta la vita. Un uomo che si
accontentava dello «stipendio di un capomastro» (1.500
euro al mese), che per 43 anni ha guidato la
Coopcostruttori, quarta impresa nazionale dopo
Impregilo, Astaldi e Condotte, che era arrivata a
fatturare 680 milioni di curo nel 2001 e a stipendiare
2.518 dipendenti impegnati in decine di cantieri in
mezza Italia: i giornali l'avevano battezzata «la perla
dell'universo rosso». Poi il crac. Il primo gruppo
edilizio del pianeta Legacoop crollò sotto
l'insostenibile peso di 870 milioni di euro di debiti. E
le Coop, anziché venirgli in aiuto, decisero di
liquidarlo.
Donigaglia per decenni fu il
principale collettore di finanziamenti verso il
PCI-PDS-DS. Negli anni di Mani Pulite fu arrestato
cinque volte, passò 12 mesi in carcere, subì 32 processi
finiti con 32 assoluzioni. Ma la sua creatura era
finita: 900 lavoratori licenziati, altri 1.100 in cassa
integrazione, senza contare il disastro finanziario per
migliaia di famiglie - a cominciare dalla sua - che
avevano investito tutti i loro risparmi nella
Coopcostruttori e li hanno perduti.
Tra manifestazioni di piazza,
assemblee di "partito", comitati spontanei si creò un
clima di forte tensione. A casa di Donigaglia fu
recapitato un pacco-bomba. Nel Ferrarese la cooperativa
era vista al pari di una banca tale era la sua solidità
e l'investimento nel prestito sociale, peraltro
ottimamente remunerato, era considerato un punto
d'onore. Qualche dipendente confessò che quasi si faceva
riguardo a ritirare lo stipendio a fine mese. Chi aveva
già raggiunto la soglia massima di deposito investiva
attraverso i parenti oppure sottoscriveva le "azioni a
partecipazione cooperativa" emesse più volte da
Donigaglia per fronteggiare le crisi di liquidità,
spesso senza avvertire i risparmiatori che si trattava
di capitale di rischio.
Nell'aprile 2004 il giornalista
Stefano Lorenzetto convinse il ragioniere ferrarese a
parlare per la prima volta. L'intervista uscì su
Panorama. Donigaglia raccontò che la Legacoop o
direttamente il "partito" (il PCI ad Argenta era
arrivato al 78%) gli avevano ordinato di salvare per
convenienza elettorale, dal 1975 in poi, la CERCOM di
Porto Garibaldi, la COPMA, la Pelisatti e la CEI di
Ferrara, e la CMR (Cooperativa Muratori Riuniti) di
Filo d'Argenta, tutte destinate al fallimento. La
Costruttori fu obbligata a rilevare perfino la GIR
Costruzioni di Rovigo, cassaforte dei dorotei veneti,
per fare un favore al ministro democristiano Antonio
Bisaglia.
Questo patto consociativo,
aggiunse Donigaglia, spalancò a Coopcostruttori le
porte dell'edilizia pubblica: strade, ferrovie, ponti,
dighe, viadotti, parcheggi, porti, trafori, scuole,
ospedali, municipi, carceri, caserme, musei, centri
sportivi, inceneritori, depuratori, opere di difesa
ambientale, pozzi, discariche, centrali elettriche e del
gas, reti fognarie, mattatoi. Donigaglia costruì la
terza corsia dell'autostrada Serenissima, l'alta
velocità ferroviaria Roma-Napoli, l'aeroporto di
Malpensa 2000, la ferrovia Firenze-Empoli, la
Salerno-Reggio Calabria, il porto di Gioia Tauro.
La Lega delle Cooperative,
riferì ancora l'imprenditore, pretese da lui un obolo
cospicuo per l'acquisto del Molino Moretti di Argenta,
che aveva tra i suoi proprietari il marito dell'allora
sindaco diessino Silvia Barbieri, la quale sarebbe poi
entrata nello staff del segretario nazionale Piero
Fassino e successivamente diventata senatrice e
sottosegretario.
Per ordine di scuderia
Donigaglia nel 1990 dovette persino acquistare la Spal,
la squadra di calcio di Ferrara: bisognava dare una mano
al Comune, amministrato dal PDS. Su sollecitazione del
"partito" distribuiva quattrini a tutti, compresi organi
di informazione e parrocchie. «Ero diventato il
refugium peccatorum» spiegò. «E il "partito" come
ricambiava?», gli chiese Lorenzetto. «Vigeva il
consociativismo. La Legacoop otteneva la sua bella quota
dì lavori in ciascuna
opera pubblica. Ma per
costruire c'è bisogno che la pratica segua un iter
regolare, che gli espropri siano tempestivi, che le
concessioni edilizie arrivino. Serve la politica per
questo. E l'amicizia».
«Quando ho lasciato», rievocò
Donigaglia, che adesso amministra una ditta nel
Ragusano, «i debiti verso le banche ammontavano a 327
milioni di euro ma in portafoglio c'erano ordini per
1.086,5 milioni». Se la situazione non era così
drammatica, perché la Costruttori fallì? Egidio Checcoli,
presidente della Lcgacoop regionale ed ex sindaco
comunista dì Argenta (nonché ex dipendente della
Coopcostruttori), ha sempre proclamato: «Noi, a
differenza delle società di capitali, non abbandoniamo i
nostri soci in caso di crac». Eppure nel caso della
Coopcostruttori la Lega delle Cooperative si chiamò
fuori, limitandosi a puntualizzare che la sua funzione
di vigilanza era limitata «alla verifica del rispetto
dei requisiti di mutualità», che le banche valutavano la
possibilità di intervenire e che era stata avviata
«un'azione di solidarietà in due direzioni: verso i
lavoratori e verso i soci risparmiatori».
«Io ho sempre aiutato il
"partito", ma nel momento del bisogno, quando il peso
della crisi si abbatte tutto sulle mie spalle, il
"partito" non ha aiutato me», è l'accusa di Donigaglia.
«Io ho effettuato sottoscrizioni elettorali,
sponsorizzazioni, ho comprato pubblicità sull'Unità
e affittato spazi a festival e congressi. Tutto
legale, tutte spese fatturate e messe a bilancio».
Nel 1997 la Legacoop inizia
un'opera di ricostruzione e riorganizzazione delle
cooperative uscite ammaccate da Tangentopoli, e tra
queste c'era anche quella di Argenta. «Consorte studiò
un piano di ristrutturazione finanziaria e organizzativa
che fu abbandonato dopo qualche mese», rincara oggi la
dose Donigaglia. «Quando la situazione si aggravò, il
pool di tre banche era pronto a finanziare il progetto
industriale, ma la Legacoop disse che i soldi sarebbero
arrivati a patto che io lasciassi. Obbediente, mi
dimisi. Però alla fine l'Unipol negò l'appoggio al piano
dì salvataggio. E fu il tracollo. Consorte aveva soldi
per tutti fuorché per la Costruttori. Noi non fummo
aiutati, e poi abbiamo visto che tipo di fideiussioni si
scambiava con Giampicro Fiorani della Banca Popolare di
Lodi... C'è da farsi venire il voltastomaco. Io non ho
mai rubato, ho creato posti di lavoro, ho aiutato il
"partito". Invece il capo di Unipol trafficava in
proprio con l'appoggio della Lega delle Cooperative, che
nel frattempo aveva mollato me».
Come lucrare
anche sul terremoto
L'ultimo scandalo giudiziario
ha come teatro sempre il settore delle costruzioni e una
regione rossa, ma lo sfondo è diverso: non l'Emilia,
bensì l'Umbria. II 30 maggio 2006 sono finiti in carcere
il costruttore perugino Leonardo Giombini (legato alle
Coop e un architetto di Foligno, Raffaele Di Palma.
Giombini ha costruito gli Ipercoop di Collestrada e di
Terni, supermercati a Spoleto e Chianciano, immobili
dell'Unipol, edifici pubblici. Il suo fatturato è
"esploso" nel 1997, in coincidenza con gli appalti del
dopo terremoto.
Secondo le accuse, l'impresario
avrebbe messo in piedi un sistema di fondi neri grazie
alle sue attività con la Coop Centro Italia, il cui
presidente Giorgio Raggi e stato sindaco diessino di
Foligno ed è vicepresidente della Banca Popolare di
Spoleto in rappresentanza di
Montepaschi. L'immobiliare ICC della Coop affidava alla
società SG Capital Sri di Giombini gli studi di
fattibilità per la realizzazione di centri commerciali,
supermercati, parcheggi, pagando prezzi superiori a
quelli di mercato; poi aziende compiacenti facevano
figurare con fatture false spese inesistenti a carico
della SG: ed ecco la provvista in nero. Che secondo gli
inquirenti serviva anche a pagare tangenti a politici.
Il terremoto in Umbria non fu
tra i più disastrasi registrati in Italia. A questo
punto v'è da chiedersi che cosa sarebbe potuto accadere
in passato se le Coop avessero avuto mano libera nel
Belice, in Friuli, in Irpinia... È proprio il caso di
dirlo: la provvidenza c'è.
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